Alaa e gli altri: l’esercito contro i blogger

«È confermato: verrò sottoposto a giudizio dall’esercito e probabilmente sarò incriminato per istigazione alla violenza e distruzione di proprietà  pubblica». Un tribunale militare ha convocato ieri Alaa Abdel Fattah, uno dei più noti attivisti egiziani e uno dei blogger «pionieri» del Paese, per interrogarlo sugli scontri tra manifestanti e polizia del 9 ottobre al Cairo, nei quali sono morte 25 persone. La notizia l’aveva data lui stesso lunedì scorso via Twitter alle quasi 47 mila persone che lo seguono, scrivendo da Silicon Valley dove si trovava per parlare ad una conferenza sui diritti umani. Ieri i messaggi di protesta hanno inondato i social media quando è arrivato l’annuncio che Alaa resterà  in carcere per 15 giorni. La ragione: ha rifiutato di rispondere alle domande del procuratore militare. «Non ne riconosce la legittimità », ha spiegato sua sorella Mona Seif, anche lei blogger e attivista. Una folla davanti alla Corte è insorta, le associazioni per i diritti umani — inclusa Amnesty — hanno protestato, e hanno espresso solidarietà  per Alaa molti giornalisti incluso Nicholas Kristof del New York Times.
L’esercito colpisce un simbolo di piazza Tahrir. Alaa ha 30 anni e il pedigree dell’attivista di razza. Padre avvocato dei diritti umani imprigionato per 5 anni sotto Mubarak, madre attivista e docente di matematica — entrambi di sinistra. La zia è la scrittrice Ahdaf Soueif. Lui, premiato da «Reporter senza frontiere», è stato in carcere per un mese e mezzo nel 2006. Alaa e la moglie Manal sono stati infatti in prima linea contro Mubarak. Avevano lasciato l’Egitto per vivere in Sudafrica, sono tornati a gennaio per unirsi alla rivoluzione. Ora lei è incinta di 9 mesi — il bambino potrebbe nascere mentre il papà  è in prigione. Si chiamerà  Khaled, in memoria di Khaled Said, blogger picchiato a morte da due poliziotti, grande simbolo di piazza Tahrir. Proprio qualche giorno fa, i due responsabili sotto processo hanno ricevuto la pena più bassa, 7 anni di carcere: per gli attivisti, è stato un pugno nello stomaco. E ora ci sono le accuse contro Alaa.
Un video mostrerebbe Alaa mentre lancia pietre contro la polizia. E poi c’è una sua frase: dopo la rivoluzione, si è diffuso il detto «il popolo e l’esercito sono una mano sola»; Alaa ha suggerito di «tagliare l’altra mano dell’esercito». Negli ultimi mesi, il blogger ha criticato il Consiglio supremo delle forze armate, che guida l’Egitto dalla caduta del raìs. «Ci sono 12 mila civili nelle carceri militari, per aver partecipato ad una rivoluzione che l’esercito fa finta di sostenere, e a volte per eventi nei quali è l’esercito ad aver commesso dei crimini, non i civili», ha detto martedì a San Francisco. Il giorno dopo, il presidente Usa Obama ha chiesto ai generali egiziani di porre fine ai processi di civili. Ma non ha fermato il procuratore militare.
«Dopo Alaa veniamo tutti noi», rifletteva ieri la blogger Just Amina. Ma prima di Alaa ce ne sono stati altri. Bahaa Saber, convocato ieri con lui, è stato (per ora) rilasciato su cauzione, ma potrebbe essere incriminato per «istigazione verbale» alla violenza. «Non preoccupatevi per me, ci sono già  passato. Prendetevi cura di Bahaa, rischia di più», aveva raccomandato Alaa su Twitter. Anche Bahaa in realtà  c’è passato. Omosessuale, arrestato nel 2006 e da allora almeno 5 volte, ha detto di aver subito abusi sessuali in carcere. Tra gli altri 28 civili nella lista del procuratore per gli eventi del 9 ottobre ci sarebbe un terzo attivista, Mina Daniel: una voce che ha suscitato indignazione perché è morto in piazza quel giorno, con un proiettile alla testa. E poi c’è Maikel Nabil, copto come Daniel, in prigione da aprile per aver criticato l’esercito nel suo blog e in sciopero della fame da più di 60 giorni. E’ stato portato in un ospedale psichiatrico la scorsa settimana, poi è tornato in carcere: domani c’è l’appello. Su Twitter intanto è partita la campagna #FreeAlaa, che ha lo stesso nome di quella lanciata per liberarlo ai tempi di Mubarak. «D’accordo facciamolo di nuovo — scrive il blogger Sandmonkey —. Tanto il regime è lo stesso».


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