Assalto al tribunale. Coprifuoco nella città  simbolo della primavera tunisina

by Sergio Segio | 29 Ottobre 2011 6:55

SIDI BOUZID – Scritto in rosso su un muro non molto distante dalle macerie fumanti del palazzo del governatorato di Sidi Bouzid, campeggia ancora il nome di Mohammed Tarek Bouazizi, l’eroe per caso, suicida per protesta contro le angherie del regime, il cui gesto, il 17 dicembre dell’anno scorso, diede il “la” alla rivolta che avrebbe poi costretto alla fuga il tiranno. Ma dieci mesi dopo quella tragica morte è proprio in questa città  dell’entroterra tunisino, distante 250 chilometri dalla capitale, dove tutto è cominciato e l’onda lunga della primavera araba ha preso l’abbrivo, che la rivoluzione del gelsomino vive la sua pagina più brutta e contraddittoria. Un paio di migliaia di scalmanati si accanisce nella notte contro i simboli del potere. E incendia, distrugge, saccheggia Palazzo di Giustizia e sedi del governatorato e della guardia nazionale. Ma anche la sede del potere che verrà , quello di Ennahda, il partito islamico moderato, trionfatore con oltre il 41 per cento dei voti alle prime elezioni libere della storia di questo Paese. Da qui la decisione di un lungo coprifuoco, dalle sette di sera alle sette del mattino, e blindati e nugoli di poliziotti a presidiare ogni angolo della città . Il puzzo delle centinaia di copertoni bruciati ancora ammorba l’aria nonostante siano passate più di dodici ore. Uffici, negozi, scuole chiuse proprio come durante i primi giorni della rivolta contro il regime di Ben Ali.
«Dove sono finiti i nostri voti?», urlano i dimostranti. La cancellazione di sei liste di “Pétition Populaire”, il movimento del miliardario anglo-tunisino Hachmi Hamdi, che proprio a Sidi Bouzid ha fatto il pieno di consensi ma che si sta già  sbriciolando dopo la scelta del suo leader di non entrare nell’Assemblea nazionale, avrebbe innescato la sarabanda. Ma è un’ipotesi che non sta in piedi vista la lucida ferocia con la quale la città  è stata messa a ferro e fuoco. Dietro tutto questo c’era, sono in molti a pensarlo, un’attenta regia. Certo per i sostenitori di monsieur Hamdi, proprietario tra l’altro del seguitissimo canale satellitare El Mustakila, c’era da protestare per la gaffe di Hammadi Djebali, prossimo premier e numero due di Ennahda, che aveva bollato come “ignoranti” gli elettori di Pp, ma da qui a distruggere qualunque cosa avesse la parvenza di un obiettivo, ovviamente ce ne corre. Poi come la storia recente insegna, sms e social network hanno contribuito ad allargare il fronte del “dissenso” violento ad città  vicine, come Meknassi, Menzel BouzayÅ¡ne, Regueb, Bir Lahfey e Mazouna, sia pure a più bassa intensità . E in tutto questo la risposta dello Stato è arrivata tardi e male. «Basti pensare che polizia e soldati schierati hanno lasciato fare senza nemmeno provare a intervenire», denuncia Rachid, 47 anni, docente al liceo. Sono ancora tanti, soprattutto tra quelli in divisa, i nostalgici del recente passato. Gannouchi, il leader di Ennahda, promette un governo entro dieci giorni e ribadisce che Ennahda intende rappresentare la versione più moderata dell’Islam in politica, sul modello dell’Akp turco del premier Recep Tayyip Erdogan. Come esempio di tolleranza assicura che i turisti stranieri non subiranno alcuna restrizione, potranno bere alcol e le donne andare al mare in bikini senza alcun problema.
La sensazione comunque è che a Sidi Bouzid sia andata in scena una sorta di prova generale di quello che potrà  accadere nei prossimi giorni in altre zone e città  del Paese. C’è chi sta provando a soffiare sul fuoco della rabbia popolare – i problemi della gente comune sono tanti e di difficile soluzione – e della violenza di strada per minare alla base la nascente democrazia. Non a caso lo stesso Gannouchi ha subito puntato il dito contro «forze legate all’ex dittatore Ben Ali». Perché, ed è solo un esempio, chi ha attaccato e bruciato il tribunale per rabbia aveva evidentemente motivazioni diverse da quelli che, approfittando della confusione, hanno svaligiato l’ufficio del Palazzo di Giustizia dove erano custoditi i quantitativi di droga sequestrati della polizia. Il timore insomma è che dietro le proteste degli ultimi giorni ci sia la longa manus di chi – come gli elementi più duri dell’Rcd, l’onnipotente ex partito unico, ormai fuorilegge perché non ha mai preso le distanze dal dittatore – non si sia affatto rassegnato a restare nell’ombra.

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