Cina. L’ultima rivoluzione

by Sergio Segio | 27 Ottobre 2011 4:47

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Pechino. Quarantacinque anni dopo l’inizio della Rivoluzione culturale in Cina, Pechino si lancia nell’invasione culturale del mondo. Mao Zedong usò la cultura per difendere il suo potere interno. Hu Jintao sceglie ora la stessa arma per affermare la supremazia della nazione a livello globale. Questa seconda Rivoluzione culturale è anche una contro-rivoluzione. Sancisce la fine del lento addio della Cina al maoismo originario, per imporre all’estero il successo del nuovo modello-Cina. Il soft-power è la condizione per salvare la stabilità  dell’autoritarismo di mercato, fondato sull’egemonia del partito comunista. Il mondo, per la prima volta, sta cambiando la Cina: prima che questo avvenga, la Cina deve dunque cambiare il mondo.
È una svolta epocale: cinesizzare l’Occidente prima che questo occidentalizzi la Cina, così da garantire a Pechino il governo del secolo e vincere la sfida con gli Usa per il controllo del pianeta.
È sorprendente che una dichiarazione d’intenti tanto ambiziosa, appena varata dal summit del partito, al di là  della Grande Muraglia sia passata pressoché inosservata. L’offensiva culturale però in Cina è già  partita e, blindato il sistema, deve ora mutare le critiche straniere in unanime consenso. Il plenum del comitato centrale, l’ultimo prima del cambio di leadership nel 2012, ha coniato due slogan: “Sicurezza culturale nello Stato” e “Influenza culturale nel mondo”. Sul piano pratico significa che Pechino tradurrà  in business anche la cultura, ricostruendola sotto forma di industria. Nel 2010 ha fruttato 173 miliardi di dollari, il 2,6% del Pil. Entro il 2016 dovrà  generarne il doppio. Ben più profonde le conseguenze sociali.
Il monopolio pubblico sulla cultura era il baluardo estremo del comunismo cinese. Aprire ai capitali privati il mercato delle idee di Stato è un esperimento senza precedenti nella storia dei regimi. Libri e giornali, cinema e tivù, convegni e grandi eventi, turismo e stile, lingua e religione, istruzione e ricerca avanzata, perfino Internet: riproporre come affari economici i capisaldi della censura e della propaganda politica, è «l’unica via» indicata ai prossimi leader cinesi per «salvaguardare l’unità  e la creatività  della patria, espandendo il peso della civiltà  nazionale». Nessun altro Paese può oggi permettersi di eleggere la propaganda culturale a valore «di mercato». Il fatto che la seconda potenza economica del pianeta lo faccia, rappresenta una sfida affascinante, ma tradisce la consapevolezza di un pericolo incombente.
Per trent’anni la Cina si è concentrata su ricostruzione, arricchimento e urbanizzazione. Ora che è la nazione con più miliardari e più consumatori, tutti concentrali nelle metropoli, scopre che nessuno sa più cosa significa «essere una civiltà  di 5 mila anni». L’Accademia delle scienze la definisce «nuova Cina a-cinese» e lancia l’allarme: «Prodotti e viaggi, soldi e consumi, impongono ai cinesi stili e vizi dell’Occidente». I giovani onorano Steve Jobs e ignorano Mao Zedong, adorano i Coldplay e dimenticano Confucio, mitizzano Coca Cola, McDonald’s e Walt Disney, ma non sanno citare un solo marchio “made in China”. «Sicurezza culturale» significa dunque «difesa nazionale», la censura diventa istruzione e per la propaganda patriottica, trasformata in dottrina universale, la missione non si esaurisce nella crescita del fatturato pubblicitario.
Dopo i crolli d’immagine del 1989 con il massacro di piazza Tiananmen, e del 2010 con il Nobel a Liu Xiaobo, la nuova Rivoluzione culturale ai tempi della Rete giunge infatti al cuore di ciò che resta del dissenso: la critica al potere viene presentata come anti-cultura, l’aspirazione alla libertà  di espressione come anti-economica ed entrambe risultano infine contrarie alla «morale della Cina». Pechino è così oggi l’unica capitale che, invece di importare i costi del pluralismo, è pronta per esportare la convenienza dell’autoritarismo. Il plenum di ottobre doveva presentarlo quale «nuovo modello di civiltà  cinese contemporanea». Ha adottato come simbolo Chongqing, la megalopoli del futuro dell’astro nascente Bo Xilai. Un mix di Yan’an e Wall Street, di Mao Zedong e Rupert Murdoch, di Shenzhen e Londra, di Kim Jong-il e Angela Merkel, dove i miliardari devono cantare inni proletari, il pensiero individuale è un crimine collettivo, la disciplina si confonde con l’organizzazione e ognuno ha l’obbligo di onorare due divinità : il partito e il denaro. L’internazionale del patriottismo consumista, icona dei funzionari politicamente bruciati dagli imprenditori. Il partito è stato esplicito: «Nel Novecento il mondo ha pensato americano, nel nuovo secolo penserà  cinese». Come? Convincendo l’umanità  che «la Cina è un successo» e che «gli Usa sono un fallimento», che «la nuova cultura delle potenze in crescita» rende più della «vecchia civiltà  europea delle nazioni in recessione».
È il primo scontro delle e-propagande. Investimenti colossali, messaggi opposti, ma stesse armi: informazione, cinema, prodotti, stile di vita, consumi, lingua, fede, scienza, tempo libero e cucina. Ma soprattutto: controllo totale del web. Istituti Confucio e news di Stato in inglese diffonderanno il mandarino e la «visione cinese della realtà » in ogni angolo del pianeta. Un «cinema rispettoso dell’antica cultura» e una tivù intesa come «educazione morale del popolo» devono invece passare da 100 a 800 film all’anno, per oscurare i kolossal di India e Usa. Il 16 novembre esordirà  in Italia la prima serie tivù girata in Cina. Il destino del maestro di spada, saga sospesa tra fantascienza, confucianesimo e di kung fu, sarà  trasmessa da Sky in prima serata e per 33 puntate. È il primo test globale di «esportazione della mitologia cinese via etere e a pagamento» e dall’1 gennaio sarà  seguito dallo sconvolgimento anche dei palinsesti cinesi. Ieri il governo ha annunciato lo stop a varietà , reality, fiction sexy o violente. Per «ricostruire moralità , armonia, salute e cultura» le 34 emittenti più diffuse dovranno concentrarsi su informazione, storia, geografia, arte e astronomia, preventivamente vagliate dai funzionari del partito. Stampa, cinema, tivù, Internet e università  inseriranno così «i valori della nuova Cina nella vita di ogni essere umano» e questa volta Pechino punta anche allo spirito. Domenica ai piedi del monte sacro Hengshan si è tenuto l’inedito Forum Internazionale sul taoismo. Oltre 500 rappresentanti di venti paesi hanno concordato che la filosofia precristiana di Lao Zi è «la base per rendere la cultura cinese la più importante del mondo». Imbarazzata da Buddha e da Confucio, la Cina riscopre il taoismo quale credo nazionale e universale del futuro. «Assistiamo alla crisi dell’Occidente e all’indebolimento popolare del cristianesimo – ha detto il vicepremier Hui Liangyu – riteniamo che l’espansione del mondo arabo e dell’Islam vada equilibrata».
Una Cina autoritaria e taoista come alternativa alla crisi dell’Occidente democratico e cristiano, ma pure argine contro il vento di libertà  e pluralismo che soffia da un Medio Oriente teocratico e islamico: la missione della «sicurezza culturale» di Pechino nasce dentro tale vuoto, da colmare prima che «l’assenza di vantaggi del progresso – ha scritto il Quotidiano del Popolo – trasferisca i suoi costi da Francoforte a Shanghai, liberando il mercato agli slogan di Tripoli e Damasco». Salvare il mito di se stessa e garantire il potere ai successori dei suoi leader al passo d’addio, per «convertire a un comunismo nuovo la civiltà  post-capitalista di un mondo orfano di Gerusalemme, Parigi e Washington»: a 35 anni del suo primo naufragio interno, l’ultima Rivoluzione Culturale della Cina va alla conquista del pianeta e per la prima volta, oltre a trasformare 1,4 miliardi di persone, ambisce a cambiare l’intera umanità . Culturalmente parlando, potrebbe non essere solo l’ennesima brutta notizia quotidiana.

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