Delusa l’opposizione

 DAMASCO. «Ho seguito il dibattito al Consiglio di sicurezza fino alle tre di notte. E’ stato una vergogna», afferma scorato Loqman, un giovane attivista di Damasco.

La Russia e la Cina hanno posto il loro veto sulla risoluzione di condanna della Siria per la violenta repressione delle proteste proposta da Stati uniti e membri europei, nonostante l’ultima versione annacquasse il riferimento a sanzioni contro Damasco per guadagnare il favore di Mosca e Pechino. Ma secondo l’ambasciatore russo Vitaly Churkin «non era esplicitamente escluso un intervento militare esterno».
Nonostante l’esito al Palazzo di vetro newyorkese, il premier turco Recyyp Erdogan, fino a poco tempo fa stretto alleato del presidente siriano Bashar al-Assad, ha confermato che la Turchia adotterà  ugualmente un pacchetto di sanzioni sanzioni unilaterali che potrebbero rivelarsi molto pesanti per la Siria, visto il grande volume di scambi commerciali tra i due paesi.
Mentre Loqman esprimeva la delusione di attivisti e manifestanti, che dopo più di sei mesi di proteste in larga misura pacifiche represse violentemente da esercito e polizia siriana (oltre 2700 le vittime fino ad agosto secondo le Nazioni unite, molte di più, oltre 5000, secondo l’ong per i diritti umani Avaaz, decine di migliaia gli arresti) si sentono abbandonati dalla comunità  internazionale, il ministero degli esteri siriano manifestava soddisfazione per il voto del Consiglio di sicurezza «che restituisce speranza ai popoli del mondo, ai cui occhi le organizzazioni internazionali sono stati per decenni strumenti dell’egemonia coloniale».
Burhan Ghalioun, professore alla Sorbonne e nuovo portavoce del Consiglio siriano nazionale (Csn) dichiara che «questo voto incoraggerà  i manifestanti a passare davvero alla violenza». Domenica scorsa ad Istanbul l’opposizione siriana avevano annunciato la formazione di un fronte unitario, il Csn, rappresentativo dei vari gruppi – dai Fratelli musulmani ai firmatari della Dichiarazione di Damasco (liberali), dai nazionalisti ai socialisti, dai giovani dei coordinamenti locali delle proteste ai gruppi in esilio, dai kurdi ai leader tribali.
Si tratta del tentativo più riuscito di dotare di una sola voce la variegata opposizione siriana ed era stato salutato da manifestazioni di sostegno nel paese. «Il Csn ha l’obiettivo di far cadere il sistema attraverso la protesta pacifica, è contrario ad un intervento militare esterno ma chiede protezione internazionale per i cittadini siriani sottoposti a violenze», aveva dichiarato Ghalioun.
Nel paese le proteste e le notizie di vittime sono giornaliere. Sono aumentati gli scontri armati tra l’esercito e gruppi di soldati ammutinati e passati dalla parte dei manifestanti, come accaduto nell’ultima settimana a Rastan, cittadina vicino Homs, assediata da 250 carri armati, sottoposta a bombardamenti, senza acqua, luce e comunicazioni per giorni. Oltre 50 le vittime secondo gli attivisti, 7 i militari uccisi «da gruppi di terroristi armati» secondo fonti governative. Difficile valutare il numero degli ammutinati – da alcune centinaia a 10000 secondo gli attivisti – raggruppati principalmente nell’Esercito libero siriano con base in Turchia, ma le defezioni non hanno ancora raggiunto una massa critica tale da preoccupare la tenuta dell’esercito, fedele braccio del regime.
Ieri con decreto presidenziale il governo siriano ha annunciato elezioni amministrative per il12 dicembre.


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