Draghi: “La manovra non basta agite subito o spirale ingovernabile”

ROMA – Di fronte al Presidente della Repubblica e ad una platea di studiosi, economisti e industriali, Mario Draghi affronta il «momento critico che il Paese sta attraversando». «La manovra non basta», avverte subito il governatore uscente della Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce. «Senza aggredire alla radice il problema della crescita lo stesso risanamento della finanza pubblica è a repentaglio». Il suo appello: «Occorre agire con rapidità . E’ già  stato perso molto tempo. Altrimenti si rischia una spirale ingovernabile». Alla politica chiede di superare «il circolo vizioso dei veti incrociati e cristallizzati che rende impossibili» le misure per lo sviluppo; suggerisce di «mettere in sordina gli interessi di fazione» per «ritrovare una condivisione di valori comuni». Per tutti, un solo monito, che suona anche come una risposta alle critiche per la famosa lettera inviata dalla Bce a Berlusconi: «La salvezza e il rilancio dell’economia possono venire solo dagli italiani». Quindi, citando Manzoni: «Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori».
Draghi parla a Palazzo Koch, aprendo un maxi convegno di studi dedicato a «L’Italia e l’economia mondiale dal 1861 al 2011». Fuori, su via Nazionale off-limits, protestano gli “indignati”. In sala invece non vola una mosca quando il governatore-presidente elenca il da farsi per uscire dalla crisi e dare certezze ai giovani, «un quarto dei quali è senza lavoro»: «Rilanciare la crescita e risanare i conti è un dovere verso di loro e verso noi stessi». Silenzio anche mentre avverte che gli aumenti dei tassi di interesse, «della dimensione di quelli verificatesi negli ultimi tre mesi, se protratti, avrebbero l’effetto di vanificare in non piccola parte le misure approvate» a settembre. Il rischio è appunto quello di una «spirale ingovernabile». «E’ necessario che i decreti attuativi siano promulgati senza indugio», insiste il governatore, «soprattutto quelli con riferimento alla riduzione permanente della spesa corrente». Segno che finora non lo sono stati.
Obiettivo-crescita, dunque. La storia stessa del Paese dimostra che «non è al di sopra delle nostre possibilità ». Racconta: negli anni 50 pochi avrebbero scommesso che l’Italia sarebbe diventata una economia industriale europea. E quella fu anche l’unica volta in cui per un lungo periodo il Sud «crebbe più dell’intero Paese». Possibile che «un sistema sociale, un’imprenditoria, una manodopora che furono i protagonisti delle lunga fase di crescita impetuosa abbiano consumato tutta la loro forza?», si chiede. E la risposta è no: «Il Paese è ancora ricco di imprese di successo, non mancano nella società  indicazioni di una vitalità  tutt’altro che spenta». E perché allora «è tanto difficile realizzare interventi in grado di invertire il trend negativo degli ultimi anni?». La risposta viene proprio dalla storia. In sintesi: quando l’economia ristagna, «si rafforzano i meccanismi di difesa e promozione di interessi particolaristici», si formano «robuste coalizioni distributive, dotate di poteri di veto». E più le coalizioni si rafforzano, più è difficile realizzare misure per la crescita. Morale: «E’ compito insostituibile della politica trovare il modo di rompere questo circolo vizioso». Sono sette i settori su cui Draghi invita ad intervenire per tornare a crescere: la giustizia civile, il sistema formativo, la concorrenza nei servizi e nelle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema previdenziale.


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