Giorni contati per la missione Nato

BRUXELLES — Ventiseimila incursioni e 202 giorni dopo, la Nato non proclama «missione compiuta», per ovvie ragioni di prudenza politica. Ma lo preannuncia per lei il presidente americano Barack Obama: «La missione della Nato in Libia finirà  presto». E ci va molto vicino lo stesso segretario generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen: «Abbiamo adempiuto con successo allo storico mandato dell’Onu, di proteggere il popolo libico. Termineremo la nostra missione d’accordo con l’Onu e il Consiglio transizionale di Tripoli. Con la caduta di Bani Walid e Sirte, quel momento si è fatto molto più vicino».
Quanto, lo dicono le fonti ufficiose: salvo imprevisti, le operazioni militari dovrebbero essere totalmente concluse nel giro di qualche settimana. E però già  oggi, a Bruxelles, sentite le Nazioni Unite e il governo di Tripoli oltre che i comandanti militari dell’Alleanza, una prossima fine dei bombardamenti potrebbe essere annunciata dal Consiglio Nord Atlantico, l’organismo che riunisce gli ambasciatori rappresentanti di tutti i Paesi Nato. Termina così «un capitolo lungo e doloroso per i libici», dice Obama: «Avete vinto la vostra rivoluzione, ora avete una grande responsabilità », quella di «costruire un Paese democratico e tollerante» con libere elezioni, «rispettando i diritti umani e mettendo al sicuro le armi più pericolose». Il presidente americano dipinge ciò che è accaduto negli ultimi mesi alla luce dei grandi eventi epocali: «L’ombra tetra della tirannia si è dissipata», e anche se «andando avanti ci saranno ancora giorni difficili» non si può dimenticare che «solo un anno fa il concetto di una Libia libera sembrava impossibile».
Ma ora restano da compiere altri passi importanti, a cominciare dalla riunione del Consiglio Nord Atlantico. Se la guerra non finirà  subito e del tutto sarà  solo perché, nelle prossime settimane, bisognerà  sorvegliare possibili focolai di resistenza. E soprattutto, bisognerà  raggiungere altri due obiettivi non dichiarati: la messa in sicurezza dei pozzi petroliferi e la «pulizia» delle troppe armi — anche chimiche — accumulate in Libia da Gheddafi. Il timore è che cadano in mani di terroristi: il governo canadese da solo avrebbe offerto 10 milioni di euro, per contribuire all’eliminazione degli ordigni. Secondo Alain Juppé, ministro degli Esteri francese, la missione sarà  compiuta solo quando il nuovo governo di Tripoli proclamerà  la liberazione di tutta la Libia. Ma è possibile che vi siano anche altre ragioni per tanta prudenza: se verrà  confermata la parte centrale avuta dai caccia della Nato nella morte di Gheddafi, la posizione dell’Alleanza davanti all’opinione pubblica araba e africana in genere non ne sarà  certo avvantaggiata.
Altri possono celebrare più apertamente. È il caso della Commissione Europea: «Dall’inizio della crisi, l’Ue è stata al fianco del popolo libico nella sua ricerca di libertà . Continueremo a farlo, con la comunità  internazionale». Angela Merkel, la cancelliera tedesca, dice che la Germania è «sollevata e molto felice», mentre per il presidente francese Nicolas Sarkozy la morte di Gheddafi è «una tappa fondamentale nella lotta dei libici per la libertà ». Il Vaticano assicura di «pregare per la democrazia e la pace». E Franco Frattini, il ministro degli Esteri italiano, si augura che «dopo la pagina nera» della resistenza opposta dal regime, venga «la pagina della riconciliazione».


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