Ha vinto una destra reazionaria ma non è la jihad al potere

Assistiamo a una strana lettura dei fatti. La metà , più o meno, dei tunisini ha optato per i partiti laici. Un elettore su due non ha votato per gli islamici. E cosa si desume da questa importantissima realtà , da questa incoraggiante conferma che il Paese, e sulla sua scia il mondo arabo nel suo insieme, stanno finalmente uscendo dalla fatale alternativa tra dittatori e barbuti?
Nella schiacciante maggioranza dei commenti si leggono frasi del tipo «Vittoria degli islamici a Tunisi», e tra le righe «Fine della primavera araba», «Rivoluzione confiscata», o anche «La Tunisia ha votato per scambiare una dittatura con un’altra».
Gli occidentali adorano mettersi paura. E forse c’è addirittura chi inconsciamente non è affatto dispiaciuto di poter pensare che gli arabi non sono fatti per la democrazia, che decisamente esiste una vera e propria incompatibilità  tra l’Islam e le libertà , per cui non si deve abbassare la guardia di fronte al “fascismo verde”. Le certezze, anche le più imbecilli, sono dure a morire. Resta comunque – mi diranno – il fatto che Ennahda oggi è il primo partito della nuova Tunisia, per cui domani saranno gli islamici a governarla. Sì, è vero. Ma di chi è la colpa?
La risposta è fin troppo chiara. A volerlo non sono stati gli elettori tunisini; e non è neppure il risultato di una manipolazione islamica. La colpa – e sono i fatti a dirlo – è tutta delle correnti laiche e dei loro capofila che non sono stati capaci di presentarsi alle elezioni uniti o quanto meno di annunciare che avrebbero governato insieme sostenendo il partito della stessa area uscito dalle urne con il maggior numero di voti.
Le cose sarebbero andate in maniera del tutto diversa, con dinamiche di tutt’altro tipo, ma mentre gli islamici si univano, i laici si dividevano, dilaniandosi in dispute faziose o rivalità  tra tenori. Eppure le loro differenze sono paragonabili alle tre sfumature delle formazioni di centro-sinistra europee. Se la rivoluzione tunisina è stata tradita, lo si deve all’irresponsabilità  dei laici, che non si sono dimostrati all’altezza della posta in gioco. Ma ora che il danno è fatto – per quanto deplorevole – dov’è la tragedia?
Non solo queste elezioni sono state perfettamente regolari; non solo la Tunisia – pur non essendovi mai stata preparata – ha saputo organizzarle in nove mesi, ma gli islamici hanno dovuto ammettere di non potersi presentare al voto lanciando invettive e predicando il velo e la jihad. Hanno ripudiato la violenza, hanno scambiato le bombe con la schedina elettorale, presentando candidate dai capelli sciolti che ancora ieri avrebbero chiamato “creature del diavolo” condannandole al rogo. Come non rallegrarsene? Era questo che speravano, da tre decenni, tutti i democratici del mondo arabo e non solo. Perché parlare ora di sconfitta della Ragione, di vittoria dell’oscurantismo?
Di fatto, ci dicono, è questa la realtà : perché quello degli islamici tunisini sarebbe “un doppio linguaggio”. Ma non è così! Se gli islamici tunisini hanno compiuto questa svolta, vuol dire che nel mondo arabo la teocrazia non seduce più, da quando se ne sono visti gli effetti in Iran. Il jihadismo ha raggiunto un tale grado di follia sanguinaria da alienarsi anche i simpatizzanti più convinti. Ha fallito, e lo dimostrano anche i successi elettorali ottenuti dagli islamici turchi dopo aver accettato la democrazia: successi che hanno fatto riflettere l’islamismo arabo. Questa svolta si è imposta perché, in due parole, il tempo ha compiuto la sua opera. Perciò può ben darsi che i punti segnati domenica scorsa dall’islamismo tunisino accelerino l’evoluzione di tutto l’islamismo arabo. Sarebbe a dire che Ennahda è diventato il più amabile dei partiti?
No, al contrario. Drappeggiato nel Corano come altri a suo tempo nell’unzione ecclesiale, Ennahda incarna una destra reazionaria, molto simile alle destre religiose europee d’anteguerra, o a quella dell’America di oggi, in grado di attirare, come ha fatto, le fasce più tradizionaliste della società : piccoli funzionari e commercianti bisognosi di un’identità , di ordine, di punti di riferimento.
È tutt’altro che una destra illuminata – ma non siamo alla lapidazione delle adultere, e neppure alla guerra santa contro l’Occidente. È solo la prima formazione di destra di una democrazia nascente: una destra tanto più preoccupante in quanto crede di avere il monopolio della morale; ma anche assai più composita di quanto si creda. La sua evoluzione è ancora tutta da fare. Questa destra non va ostracizzata, né tanto meno demonizzata. Dev’essere presa in parola per quanto attiene alla sua conversione democratica, ma anche contestata e combattuta politicamente, a fronte di una metà  della società  che non intendeva portarla al potere.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)


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