I moti contro Pià±era

 Continuano le mobilitazioni in Cile. Ieri, studenti, professori e sindacati hanno sfilato insieme, animando due grandi manifestazioni confluite verso il centro della capitale. Oltre 70 organizzazioni studentesche, operaie, ambientaliste e della società  civile, hanno marciato con la Centrale sindacale (Cut), che nuovamente ha sostenuto le rivendicazioni. Alle dimostrazioni della capitale hanno fatto da complemento altre proteste in diverse parti del paese, durante le quali si sono verificati scontri con la polizia. Che come sempre ha usato la mano pesante: il metodo preferito dal governo di Sebastian Pià±era, al dilà  della demagogia usata dal presidente, pressato dal forte sostegno di cui gode la piazza.

Ieri gli studenti hanno manifestato fra un nutrito schieramento di polizia e con l’ormai consueto contorno di scontri. Nelle ventiquattr’ore precedenti la manifestazione, durante i «cazerolazos» (sfilate con battiture di pentole), vi sono stati numerosi arresti. Secondo le cifre ufficiali, le persone fermate sono già  263. Martedì, dopo l’incendio di un autobus da parte di giovani mascherati, il sindaco di Santiago del Cile, Cecilia Perez, e ieri il ministro dell’Interno, hanno chiesto mano dura contro i responsabili, e l’applicazione della Legge di sicurezza dello stato. Una misura «antiterrorismo», in vigore dai tempi di Pinochet che consente di inasprire le pene a chi arrechi danno alle infrastrutture. Una legislazione in base alla quale sono stati comminati anni e anni di carcere agli indigeni mapuche che manifestano per il recupero delle terre ancestrali. Gli autori del danneggiamento potrebbero essere condannati da un minimo di 5 anni di carcere a un massimo di 10.
Da quasi sei mesi, gli studenti scendono in piazza per chiedere istruzione gratuita e di qualità . Ma non solo: «È la rivoluzione, baby», dicevano ieri alcuni cartelli innalzati dai giovanissimi. Una «rivoluzione pacifica» che mette in discussione il sistema politico, denuncia la logica neoliberista del presidente-miliardario Pià±era in tutti i settori. Un percorso conclamato dalle manifestazioni studentesche, ma preparato da diversi scioperi generali come quello di Punta Arenas, nella parte più a sud del paese, in cui per una settimana la popolazione ha protestato per i rincari del prezzo del gas già  a gennaio. Un’altra avvisaglia del mutamento di clima sono stati gli scioperi ambientalisti contro lo scempio del territorio in Patagonia, in un paese che ha spianato la strada al profitto delle multinazionali.
Mobilitazioni come non se ne vedevano dalla fine della dittatura, sostenute – secondo i sondaggi – da oltre l’80% della popolazione: giovani e famiglie costrette a indebitarsi per pagare una delle università  più care al mondo e consentire agli affaristi delle accademie di riempirsi le tasche per vie dirette o traverse. Oltre il 70% degli studenti è obbligato a far debiti che non può onorare, a sborsare da 1.500 a 3.000 euro per l’istruzione – privatizzata come quasi tutti i settori dell’economia cilena.
Per questo, in piazza non ci sono solo i rappresentanti delle classi medie, ma tutti i settori sociali, colpiti dalla feroce eredità  di un modello economico che ha costituito il «laboratorio neoliberista» appena Pinochet ha avuto la strada spianata dal volere di Washington. L’eredità  di una «costituzione» voluta dal dittatore e ancora in piedi, a guardia di un sistema politico chiuso in cui le istanze di cambiamento vero non possono trovare sbocco.
La piazza dice che è ora di spazzarlo via: tenendo duro sull’agenda del cambiamento che, per quanto riguarda gli studenti, finora ha proposto quattro punti. Due settimane fa sembrava aperta la via dei negoziati, ma la risposta al ribasso del governo ha fatto sbattere la porta agli studenti e la parola è tornata alla piazza.


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