La mossa dell’Fmi: un piano anti contagio

BRUXELLES — Parla Barak Obama, ed esce allo scoperto il Fondo monetario internazionale, e i leader dell’Unione Europea scrivono a quelli del G20 per avere il loro aiuto: mentre la crisi del debito si fa sempre più pesante, alla vigilia della riapertura dei mercati, i contendenti in gioco tentano di organizzare il contrattacco. L’Fmi ha annunciato di aver dato il via a una «revisione» degli «strumenti finanziari a sua disposizione» per aiutare i Paesi più colpiti: in sostanza, si prepara ad agire, forse dopo l’aumento delle sue risorse che potrebbe essere deciso al vertice del G20, il 3 e 4 novembre a Cannes. Ma quella revisione è iniziata un anno fa, lascia capire ancora Washington, e non è la «rete di salvataggio» pensata esclusivamente per l’Italia e la Spagna di cui si è parlato negli ultimi giorni: perché «il rafforzamento degli strumenti punta a gestire i bisogni dei Paesi membri», ma gli stessi strumenti «non sono mirati a particolari Stati». L’obiettivo è invece quello di «rafforzare la capacità  del Fondo di mitigare il contagio fornendo liquidità  ai Paesi che hanno politiche e fondamentali forti e che sono colpiti da stress sui mercati finanziari». In questo campo, aggiunge il Fondo, «fare progressi è un aspetto importante dell’agenda del G20».
Lo sguardo di tutti è rivolto all’incontro dei leader delle principali economie del pianeta, giovedì e venerdì prossimi. Dove, dice Obama incontrando a Washington la comunità  italoamericana, gli Usa andranno «per lavorare con l’Italia per prendere una serie di decisioni molto importanti per l’economia globale. Abbiamo del lavoro da fare».
E al G20, cioè a Paesi emergenti come la Cina, la Russia o l’India, si rivolgono anche i leader della Ue per chiedere che tutti mostrino «spirito di responsabilità »: «Noi in Europa faremo la nostra parte — scrivono infatti in una lettera Herman van Rompuy, presidente stabile della Ue, e José Manuel Barroso, capo della Commissione europea — ma questa da sola non può assicurare la ripresa globale e una crescita riequilibrata», perciò adesso «tutti i Paesi devono agire». La parola «aiuto» non compare esplicitamente nel messaggio indirizzato ai protagonisti di Cannes, ma è dovunque fra le righe. Al vertice Ue del 26 ottobre, scrivono ancora Barroso e van Rompuy, sono state annunciate precise misure: «Le applicheremo in fretta e con rigore, fiduciosi che ciò contribuirà  a una rapida soluzione della crisi». Ma c’è anche «una continua necessità  di azione comune da parte di tutti i partner del G20, in spirito di comune responsabilità  e con un identico obiettivo».
Non è un appello generico. Dietro, ci sono negoziati già  in corso. La Cina è chiamata a investire i suoi — promessi, per ora — 50-100 miliardi di dollari in qualche articolazione del Fondo europei salva Stati, e così l’India e tutti gli altri. Cambiati scenari, situazioni e personaggi, un pezzetto di storia sembra in qualche modo ripetersi. Era il 5 giugno 1947, e dai gradini della Memorial Church di Harvard negli Usa parlava il generale George Marshall, segretario di Stato americano: «Non ho bisogno di dirvi, signori, che la situazione del mondo è molto seria. Ciò deve essere chiaro a ogni persona intelligente»: due mesi dopo, l’Europa devastata dalla guerra mondiale gli chiedeva 22 miliardi di dollari di allora (ridotti poi a 17 dalla Casa Bianca), e nasceva appunto il piano Marshall.
Esclusi ovviamente un «piano Hu Jintao» o Putin, comune ad allora resta l’incertezza generale della situazione. E l’allarme trova la conferma di Jean-Claude Trichet, presidente uscente della Banca centrale europea: «La crisi non è finita. Vedremo la debolezza delle economie americana e giapponese, ma anche le debolezze dell’Europa».
Fra le altre richieste che i leader Ue porteranno al G20, anche quelle di «rafforzare e riequilibrare la crescita globale nel medio termine», e di assicurare un potenziamento dell’Fmi con «sufficienti risorse»: ma forse, come suggerisce il comunicato di ieri, quest’ultima richiesta sta già  per essere esaudita.


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