La notte dei telefoni roventi Sardelli non cede al premier, Verdini «insegue»

ROMA — Alle 22 di giovedì, in una saletta del rinomato «Bolognese», il telefono di Denis Verdini fumava più delle tagliatelle al tartufo della casa. Con il coordinatore del Pdl c’erano Lupi, Fontana, Angelucci e Casero, tutti col cellulare incollato all’orecchio per rassicurare, placare e convincere gli amici più riottosi. La lunga notte della vigilia è finita alle tre del mattino, quando a Palazzo Grazioli il premier ha spento la luce e se ne è andato a letto, tra il preoccupato e l’agguerrito. Notte da brivido, giornata al cardiopalma. Per il Cavaliere toccare quota 316 è stato come scalare a pedali la Cima Coppi, per l’opposizione invece la doccia fredda dell’ultimo minuto. Alla vigilia il premier ha avuto momenti di scoramento per «il pressing di Casini» su scajoliani ed ex responsabili e le tante telefonate che Montezemolo avrebbe fatto nella notte. Questo almeno raccontano nel cerchio magico di Berlusconi e chissà  se è vero che i terzopolisti, trainati da Cesa e con Cirino Pomicino nel ruolo di consigliere esperto, hanno incalzato gli indecisi con argomenti come questo: «Berlusconi non vi ricandida. Se cade, stasera entrerai anche tu nel nuovo governo».

Braccio di ferro durissimo e non senza colpi bassi, da una parte e dall’altra. Con Casini che alla vigilia — oltre a Giustina Destro e Fabio Gava, i due scajoliani conquistati da Montezemolo — ha in tasca il non voto di Sardelli, Milo, Mannino e Pisacane. E con Berlusconi che, in corsa, si riprende una parte di quel che era suo. Sardelli, che di se ama dire «io ho gli attributi», ha resistito a tutte le profferte, posti di sottogoverno e ricandidature comprese. Prima lo ha chiamato Verdini, poi Berlusconi, quindi l’onorevole Luciano Rossi lo ha condotto nella sala del governo. Qui il premier ha sfoderato tutte le sue arti: «Luciano, se mi sfiduci ne porterai il peso per tutta la vita. Mi hai sempre stimato, perché mi fai questo?». E Sardelli, inamovibile dopo le promesse di Casini a cena: «Io ti stimo Silvio, ma devi dimetterti e vedrai che è anche per il tuo bene». Ma qui Berlusconi ha uno scatto d’orgoglio e lo saluta: «Vai per la tua strada, che al mio bene ci penso io».

L’uomo della fiducia è Antonio Milo. È lui che fa saltare i conti di Fini che ne prevedeva 314, è lui che assicura alla prima chiama il numero legale di 315 e gela l’opposizione che ci aveva creduto. Michele Pisacane invece, che come Milo ha trattato fino all’ultimo con Cesa, entra nell’emiciclo solo alla seconda chiama. Berlusconi lo avvicina e gli parla a lungo e quando tocca a lui l’onorevole campano vacilla, tentenna, indugia. Il premier gli poggia una mano sulla spalla e — fisicamente — lo spinge verso il sì. Per il Pdl il deputato numero 316 è l’eroe del giorno, colui che regala al premier la maggioranza assoluta e a Casini e compagni lo scoramento più profondo. «Il denaro? Cattiverie — smentisce Pisacane, figlio di contadini — Io non mi vendo. Dicono che Berlusconi è ‘nu demonio, ma a me non mi ha neppure telefonato. Meglio ‘nu governo influenzato che nulla». Il vincitore, riconoscono tutti, è Verdini. Ma lui fa il modesto: «Ho fatto solo il mio lavoro. Abbiamo sempre puntato a 317, ci è mancato solo il voto di Sardelli». È vero che ha staccato ricchi assegni? «Ma quali assegni… Non vedete che siamo sempre gli stessi?». In realtà  la maggioranza ha perso quattro voti, la Destro e Gava, Sardelli e Versace. Il quinto caso è quello di Antonio Buonfiglio, che aveva appena lasciato Fli per siglare un patto con la Polverini. Verdini era sicuro di averlo convinto, ma lui è sparito, terrorizzato all’idea di «salvare il governo e fare la fine di Scilipoti». Anche Marco Martinelli ha provato a schiodarlo, invano. E i sospetti del Pdl contro la «governatrice» del Lazio aumentano.

Giustina Destro ha pianto calde lacrime, ma non ha cambiato idea. E ieri, sul «freccia d’argento» che da Padova la portava a Roma per votare la sfiducia, le strette di mano dei passeggeri l’hanno convinta che la scelta è quella giusta: «In tantissimi mi hanno fatto i complimenti». Anche su Fabio Gava la battaglia è stata cruenta. Giovedì sera, come esce da palazzo Grazioli, riceve l’invito di Casini. Nel bel mezzo del colloquio a casa del leader centrista gli squilla il cellulare. È Berlusconi: «Lo so che sei con Pier, ma pensa bene a quello che fai». Anche Pippo Gianni, fedelissimo del ministro Romano, ha pensato di mollare, mentre Roberto Antonione è stato riacciuffato da Scajola alla buvette di Montecitorio. L’ex ministro ha faticato non poco per tenere a bada gli scalpitanti Abrignani, Tortoli e Testoni, che ora daranno battaglia sul decreto sviluppo. Quasi quanto ha faticato Di Pietro a stoppare Parisi che correva verso l’Aula, ignaro del piano per far mancare il numero legale. Capito il pericolo, il Pd ha messo guardiani alle porte. Tutto inutile.


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