L’apocalisse di San Giovanni

ROMA.  Piazza San Giovanni è un campo di battaglia, ed è nelle mani dei manifestanti. Alle sei del pomeriggio gli agenti di polizia, i carabinieri e la guardia di finanza sembrano nel pallone. Avanzano verso le fila più agguerrite dei rivoltosi, rispondono alla fitta sassaiola lanciando lacrimogeni ad altezza d’uomo e getti d’acqua con gli idranti, ma poi retrocedono velocemente, cambiano angolazione, si lasciano accerchiare. I caroselli delle camionette e dei furgoni lanciati a tutta velocità  verso la folla hanno un raggio corto, piccole incursioni e poi di nuovo in ritirata. Giocano come al gatto col topo. Per ore. Solo dopo un’ora e mezza buona di guerriglia come non se ne vedeva da anni, parte la carica definitiva. Non si guardano più le spalle, serrano le fila, si dividono in plotoni, raggruppano i blindati, attaccano. E in pochi minuti disperdono i manifestanti che premevano da via Carlo Felice, annullano l’azione in fieri partita da via Appia, e riescono – malgrado una camionetta dei carabinieri incendiata sulla quale sono state ritrovate le scritte «Acab» e «Carlo Giuliani», e molte altre devastate – ad avere la meglio sulle centinaia di giovani e giovanissimi ribelli che dal primo pomeriggio e fino a sera hanno messo a ferro e fuoco la città . Perché non farlo subito? Ai cronisti, cui sfugge completamente il senso di una tale gestione delle forze di sicurezza in piazza, un ufficiale di polizia ammette: «Anche a noi, eravamo pronti ma ci sono stati ordini dall’alto».
Fonti della questura invece sostengono che la preoccupazione delle forze dell’ordine era salvaguardare il resto dei manifestanti e isolare i più agguerriti, cosa che di fatto poi è avvenuta. In qualche modo, però, accerchiati i «servi dello Stato» (l’epiteto più simpatico rivolto loro da chi per tutto il giorno ha usato slogan e nulla di più) lo erano davvero. Se da un lato l’intero corteo ha espresso tutta la sua rabbia contro chi era già  pronto per la guerriglia – arrivando addirittura alle mani in più di un’occasione e quasi agli scontri, come è successo fin dalle quattro del pomeriggio all’incrocio tra via Labicana e via Merulana con lo scambio di insulti degenerato in lanci di pietre e bottiglie – altrettanto ferma era la contestazione riservata agli agenti. «Noi difendiamo i vostri figli – gli urlavano in faccia i manifestanti – e voi difendete gli sfruttatori». Due episodi, quasi contemporanei, descrivono questa doppia indignazione: da un lato un militante di Sel di 52 anni che ora rischia di perdere due dita di una mano per aver cercato in via Cavour di deviare una bomba carta lanciata contro i vigili del fuoco, dall’altro un pacifico manifestante gravemente ferito da un blindato delle forze dell’ordine lanciato contro la folla in Piazza San Giovanni.
Torniamo indietro. Poco prima delle due, dal corteo compatto era partita la prima incursione. Sono una decina, incappucciati e bardati, con una sventagliata di colpi squarciano come burro le vetrine del supermercato «Super-élite». È il segnale. Il sapore della giornata sarà  acre e indigesto. A pochi metri, una smart e due Suv vanno in fiamme annerendo uno dei palazzi attigui al gran hotel Palatino «dove una stanza costa quanto una camera in affitto per un mese» qualcuno ha urlato dal microfono di un tir. Il sole battente, e un silenzio minaccioso, sembrano sospendere il tempo, mentre l’incursione di una pattuglia occupa la passeggiata archeologica e la basilica di Massenzio. Una volta entrati in via Labicana ricomincia la caccia. Prima un’agenzia di lavoro interinale, la Manpower, viene devastata. Un fumo denso e irrespirabile si alza. «Meno male che non s’è alzato – sospira un tabaccaio con lo sguardo perso nel vuoto – lì sopra c’è gente che c’abita». Poi tocca ad una caserma dei carabinieri. Un assalto furioso all’edificio che qualcuno sostiene sia da tempo in disuso. In pochi minuti, l’intero edificio va in fiamme. E dopo un paio d’ore l’incendio non domato in tempo sembra abbia fatto crollare il tetto. «Andiamo al parlamento – urla un ragazzo con un martello in mano – stiamo facendo il percorso di Alemanno». Al parlamento non ci arriverà , in compenso qualcun altro entra nella parrocchia di San Marcellino e si impossessa di una Madonna alta mezzo metro. La porta in strada e tra uno strattone e un altro la statua s’infrange sull’asfalto. La reazione sdegnata di un cinquantenne, calvo e in una buona forma, è irruenta. Prende il giovane iconoclasta per la collottola e lo sbatte su uno dei pali che reggono il display orario dei tram. Lo insulta vigorosamente, la statua e ai loro piedi in mille pezzi. I fotografi si scatenano, sembra una veglia. Nell’incursione è stato distrutto anche un crocefisso, un atto ritenuto «blasfemo» dall’associazionismo cattolico capitolino che hanno invitato anche a riflettere «sul clima di tensione che ha conquistato soprattutto i giovani». L’età  media di questi giovani è sicuramente molto bassa, ragazzi di accenti e stazze diverse. Uno di loro, Janek, si racconta: ha finito la scuola da due anni, è arrivato sei anni fa con i genitori dalla Polonia, dice di non avere un lavoro. «Sono uno senza bandiera – usa un italiano limpido – è inutile che la gente protesta, l’Europa fallirà  tra un anno e seguirà  il destino della Grecia, che è già  fallita anche se nessuno lo dice. Anche in questo paese non rimarrà  niente e noi non avremo mai niente». La sua personale ricostruzione termina con un’invettiva contro le banche «pagate dallo Stato».
A sera, quando si contano dieci feriti tra i poliziotti e almeno 70 tra i manifestanti di cui tre molto gravi, quattro persone arrestate definite «anarco-insurrezionalisti», e a farne le spese è anche la sede del Pdl di Piazza Tuscolo, piazza San Giovanni è ridotta «come nemmeno piazza Tahrir» – parola di un giovane testimone di entrambe le rivolte. Mentre gli scontri riprendono in serata spostandosi verso piazza Vittorio, rastrellata vicolo per vicolo all’inseguimento di poche decine di persone rimaste isolate, e un ponteggio di via Merulana va in fiamme, centinaia di manifestanti affrontano invece a mani alzate i cordoni di polizia e carabinieri per fermare l’ultima carica, si siedono a terra e il diverbio diventa quasi un’assemblea: «Stanno sfruttando anche voi, toglietevi i caschi e manifestate con noi».


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