Licenziamenti, l’allarme di Sacconi “Rischiamo la violenza terroristica”

ROMA – Maurizio Sacconi evoca lo spettro del terrorismo nella discussione sulla libertà  di licenziamento. Il ministro del lavoro teme che le polemiche nate dalla sua proposta di consentire alle imprese di licenziare per «motivi economici» scatenino una reazione che potrebbe giungere «fino all’omicidio». Sacconi parla a Sky. Intervistato da Maria Latella, dichiara testualmente: «Non ho paura per me, io sono protetto. Ma per persone che potrebbero non essere protette e proprio per questo diventare bersaglio della violenza politica, che nel nostro Paese non si è del tutto estinta». Poi il ministro aggiunge: «Oggi vedo una sequenza, dalla violenza verbale, alla violenza spontanea, alla violenza organizzata che mi auguro non arrivi ancora una volta anche all’omicidio com’è accaduto l’ultima volta 10 anni fa proprio con il povero Marco Biagi nel contesto di una discussione per molti aspetti simile a quella di oggi».
Le parole di Sacconi hanno l’effetto di una bomba. La prima a reagire è la Cgil: «Mi auguro – dichiara Susanna Camusso – che il ministro parli perché ha degli elementi e non per inquinare un clima già  molto difficile». Sulla stessa linea il segretario del Pd: «Invito Sacconi a spegnere la miccia che ha acceso e a mettersi a ragionare seriamente», afferma Bersani. Significativo il commento di Olga D’Antona, vedova del giuslavorista Massimo, ucciso dalle Br il 20 maggio del 1999: «Purtroppo – dichiara D’Antona – il rischio di attentati c’è ma Sacconi farebbe bene a non evocare il terrorismo e a non creare nel mondo del lavoro le spaccature che ha già  creato con questa sua fissazione sui licenziamenti». Reazione anche da Verdi e Idv: «Sacconi butta benzina sul fuoco – dice il presidente del partito ecologista Angelo Bonelli – la procura lo convochi immediatamente per verificare su quali elementi sono basate le sue gravissime dichiarazioni». Duro Maurizio Zipponi, responsabile lavoro dell’Idv: «Con le sue proposte sui licenziamenti Sacconi innesca la bomba, poi grida ‘aiuto’ e dà  la colpa a quanti lo criticano».
Non è la prima volta che l’attuale ministro del lavoro evoca lo spettro del terrorismo. Il 14 settembre del 2010, intervistato da Panorama, aveva dichiarato: «Non ho paura per me perché alla mia sicurezza provvede una scorta. Ho paura per quelli che non sono protetti perché il pulviscolo terrorista è ancora nell’aria e può raggrumarsi andando a posarsi su un obiettivo inerme, come nel caso di Marco Biagi». Parole quasi identiche a quelle pronunciate ieri. Lunedì 2 luglio 2001, nove mesi prima di essere ucciso dalle Br, Biagi aveva scritto anche all’allora sottosegretario al lavoro, Maurizio Sacconi: «Caro Maurizio, consentimi di ricordarti di intervenire su quanti hanno revocato la mia tutela a Roma…ti prego di aiutarmi con la massima urgenza e determinazione». Privo di scorta, Biagi venne assassinato dai brigatisti il 19 marzo 2002. «Non fui capace di difendere un amico, una colpa che mi porterò dentro per sempre», aveva confessato Sacconi nella già  citata intervista a Panorama.
Oggi però, sostiene Stefano Liebman, giuslavorista e docente alla Bocconi, «non c’è questo clima da anni di piombo. E’ il governo che fa di tutto per creare un clima difficile». Liebman parla all’agenzia Adnkronos e aggiunge: «Il mio amico Marco Biagi è stato lasciato solo in un momento grave. Sacconi ha sensi di colpa che sono solo suoi. Ma dovrebbe curarseli e come ministro fare politica».


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