«Non ha imparato nulla Sbagliato evocare Biagi»

«L’ha rifatto di nuovo, ogni tanto gli prende così. Dobbiamo proprio parlarne». Dobbiamo, pare.
Chiedere a Sergio Cofferati una intervista sulle parole di Maurizio Sacconi è come domandare a Tex Willer un commento sul suo avversario, il mago Mefisto. I due non sono d’accordo su molte cose, eufemismo, e non da oggi. Nel 2002 il ministro del Lavoro fu il più lesto a bollare l’allora segretario generale Cgil come «mandante morale» dell’omicidio di Marco Biagi. Certe cose non si dimenticano.
E neppure si commentano?
«Dico solo questo: per aver sostenuto che la critica alle politiche del governo produce violenza, tesi che esercitò contro la Cgil, Sacconi è stato condannato a scrivere un articolo di rettifica per smentire se stesso. Esperienza penosissima, dalla quale non sembra aver imparato nulla».
Guardi che all’epoca il ministro era in buona compagnia…
«E infatti. Umberto Bossi e Carlo Taormina furono condannati per la stessa ragione presso la Corte di Giustizia di Strasburgo».
Quale fu il loro contrappasso?
«Il nostro, vorrà  dire. Si trincerarono dietro le opinioni espresse in veste di onorevole, e così la multa venne pagata dal Parlamento. Da tutti noi, quindi».
Che ne dice di venire all’oggi?
«L’amarcord serve a far notare come non sia la prima volta che Sacconi ci prova con questi argomenti».
Non è legittimo pensare che l’aria di oggi sia simile a quella di allora?
«Sono più propenso a credere che quella di Sacconi sia pura coazione a ripetere un errore. A mio avviso, nel 2002 ci fu solo una grande manifestazione pacifica contro le politiche del governo, e una banda di assassini che uccise il professor Marco Biagi, dopo aver già  ammazzato Massimo D’Antona quando all’articolo 18 nessuno ci pensava ancora».
Lei non vede un pericolo, seppur minimo?
«Così come la mette il ministro, si tratta semplicemente di un tentativo di condizionare la critica e il dissenso. Se Sacconi ha informazioni su eventuali pericoli, lo dica. Sia preciso e circostanziato, invece di agitare il tema».
A volte moderare i toni fa bene alla salute, non crede?
«Veniamo al cuore del problema. Le modifiche introdotte dall’articolo 8 della manovra d’agosto con le deroghe all’articolo 18, al licenziamento per giusta causa, e lo smantellamento della contrattazione collettiva, producono un danno enorme al lavoro diffuso, alla grande maggioranza degli italiani».
E fin qui si tratta dell’esercizio di critica.
«Appunto. Io sono convinto che dire queste cose non sia affatto violenza verbale e non stimoli alcunché. Sacconi vuole intimidire. Sa di commettere una ingiustizia che solleverà  proteste. E quindi gioca d’anticipo».
I posti di lavoro come li creiamo?
«Non così. La linea di Sacconi è sbagliata, perché figlia, questa sì, di una sua ossessione ideologica».
E quale sarebbe?
«Una convinzione ottusa nel fatto che le imprese possano essere stimolate ad assumere solo se non hanno vincoli per licenziare. I fatti dimostrano il contrario: le aziende hanno solo bisogno di un ciclo economico espansivo. Separare le dinamiche dell’occupazione da quelle economiche è un’operazione senza senso. Dire queste cose mi sembra giusto e necessario».
Non c’è il rischio che qualcuno le dica male?
«Ognuno parla per sé. Ma assegnare una targa di potenziale pericolo alla legittima critica delle politiche di governo è una cosa priva di fondamento».
Cofferati, ci sembra che lei si stia rimettendo in gioco da una posizione di sinistra. Sbagliamo?
«Io non mi rimetto in gioco. Io cerco di chiamare le cose con il loro nome. Mi sembra che ce ne sia bisogno».


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