Londra, il giorno di Abramovich A processo la Russia degli oligarchi

LONDRA — «Krysha». Letteralmente tetto, ma anche protezione. Da noi, forse, si direbbe tangente. Parole diverse, ma il significato è quello. E se oggi Roman Abramovich salirà  sul banco dei testimoni della Corte commerciale di Londra lo farà  anche per spiegare alla giudice Elizabeth Gloster perché nell’arco di otto anni ha versato al connazionale Boris Berezovsky più di due miliardi di dollari.
La chiamano la causa degli oligarchi: è un procedimento che nel cuore di Londra ha portato non solo due ricchissimi russi trapiantati in Gran Bretagna, ma anche il racconto di come si costruisce e sperpera una fortuna nell’era post-sovietica. Le cifre parlano da sole: la causa, minacciata (da Berezovsky) nel 2005, annunciata nel 2007 e cominciata all’inizio di ottobre, durerà  almeno 15 settimane e, solo in avvocati, costerà  qualcosa come 200 milioni di sterline. La testimonianza di Abramovich è tra i momenti più attesi, anche perché durante il fine settimana il Times ha anticipato alcune parti del fascicolo di 98 pagine che il proprietario del Chelsea ha fornito al tribunale per fornire la sua versione dei fatti. Il suo primo incontro con Berezovsky, sostiene Abramovich, risale al 1995. L’allora 28enne imprenditore aveva bisogno di protezione politica. Nel processo di privatizzazione della nuova Russia voleva assicurarsi il controllo di alcune società  di petrolio ed energia. Gli serviva un mentore, un padrino benevolo e potente. Berezovsky era amico di Boris Eltsin. Ha sostenuto il politico attraverso il suo canale televisivo, chiedendo in cambio una certa attenzione per il nuovo pupillo. Il pupillo, a sua volta, ha versato una prima quota di 8 milioni di dollari. Ecco come è nata la Sibneft, poi venduta da Abramovich, ed è di questa società , e dei suoi profitti, che Berezovsky rivendica una fetta. Se Abramovich dice di aver pagato Berezovsky per l’influenza e la protezione, Berezovsky sostiene che Abramovich, con l’appoggio del Cremlino e di Vladimir Putin, lo ha minacciato e obbligato a vendere la sua partecipazione (mai ufficializzata su carta) nella Sibneft così come in altre compagnie (in particolare Rusal) per 1,3 miliardi di dollari, cifra di gran lunga inferiore al valore della quota. Abramovich sostiene che Berezovsky non sia mai stato proprietario di una parte delle sue società , e che i pagamenti sono stati prima per krysha e poi per sdebitarsi. Berezovsky, che dalla Russia di Putin è scappato ottenendo asilo politico nel Regno Unito, dice che il suo vero grande errore è stato fidarsi troppo di un ragazzo cui ha voluto bene «come a un figlio» e che invece si è rivelato «un gangster».
Due uomini, due versioni, due destini: Abramovich, 47 anni, è oggi tra gli uomini più ricchi del mondo. Secondo il Times, vale 11 miliardi di dollari. Berezovsky, 65 anni, per essere un oligarca è relativamente povero. A suo nome ha 550 milioni di dollari. I due miliardi ricevuti da Abramovich? Spesi. Un castello di Francia, uno yacht da record, gioielli preziosi per la compagna. Eppure, per quanto diversi, Abramovich e Berezovsky arrivano dallo stesso ambiente, quel «wild East», per citare uno degli avvocati del caso, «che è stata la Russia durante la transizione verso il capitalismo» e dall’Alta Corte, dove si trova la nuova Corte Commerciale, stanno svelando pezzo per pezzo le spartizioni, gli intrighi, gli allineamenti che in pochi anni hanno creato una piccola armata di oligarchi, ricchissimi e potenti, ma legati alle correnti politiche, come dimostra il caso di Berezovsky, che dalla Russia à  scappato nel 2000 e non vi è più tornato, e di Mikhail Khodorkovsky, anche lui citato durante le udienze di Londra, ex tycoon della Yukos, oggi in una prigione russa.


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