Mezzogiorno all’ombra

Il Sud che cerco ogni giorno è annidato nei paesi più sperduti, il Sud che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, il Sud che vive ancora solo dove è più dimesso, il Sud che non crede alla pagliacciata del progresso, il Sud dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe file che si attorcigliano. Questo Sud vive ancora solo nell’interno ma bisogna andare a cercarlo. Ci vuole che non ci sia città , che non ci sia pianura, ci vuole che non ci sia l’industria o l’industria dell’agricoltura, ci vuole che non ci siano uffici e grandi scuole e strade dritte e mare e serre e nani nei giardini. Il Sud che amo ha più di ottant’anni e rughe non lisciate, è una tribù di reumi e bastoni, è ugualmente lontano dall’Europa e dall’Africa, è una terra di magie arrangiate, di cimiteri sempre ampliati, di piazze livide e rancorose. Io voglio frugare tutta la vita in questo Sud fino a quando scompare, voglio restare tutta la vita dentro i suoi paesi rotti e malandati. Sono un guardiano della più solitaria disperazione. Sono vivo nei paesi invernali quando passa un funerale, sono vivo quando nevica e nei giorni più ventosi, nelle case dove i ragni fanno i nidi nelle damigiane, nei bar degli scapoli. Sono vivo ad Aquilonia, a Roscigno, a Conza, ad Apice.
Elogio dell’Italia disunita
La cosa più interessante dell’Italia è la sua disunità . Sono i salti, le crepe, i vuoti che ancora allignano tra un luogo e l’altro. In certe zone il mondo sembra un panno di biliardo e anche dove è scosso e scosceso tutto è comunque in qualche modo omogeneo. Dell’Italia amo questa residua densità  del suo passato che ti viene incontro all’improvviso con una faccia, con un muro. L’Italia del Sud consente più facilmente di abitare questi anfratti, questi rilievi fuori scala rispetto alla livella della modernità .
Il mio paese, spezzato in due come un verme, mi dà  ogni giorno questa dose salutare di disunità . Amo le cose sconnesse, amo le cose che si svolgono lontano dalle premesse con cui iniziano.
Oggi per voler bene all’Italia bisogna trovare i luoghi in cui è diversa e averne cura. Non avere la foga di metterli sotto gli occhi dei giornali e della televisione. Noi abbiamo bisogno di luoghi in cui la lingua non è imbellettata, in cui nessuno scalcia per passare avanti, luoghi attraversati dalla poesia e dalla morte, in cui nessuno si fa il nido, dove tutti inciampano dalla mattina alla sera, luoghi in cui un uomo ha lo stesso valore di una damigiana sfondata e si dà  spazio e valore ai ragni, alle chiavi arrugginite, ai cani.
L’Italia io la sogno sempre più disunita, sempre più lontana nelle sue parti e dentro ogni parte sogno voragini, frane, smottamenti, un inferno di cose che non coincidono. Mi piace vivere in un paese spaiato, un paese che somiglia a un calzino rotto appeso a un ramo in un giorno di vento. Non mi piace la manfrina dei discorsi che gli italiani fanno sull’Italia: le cose che non vanno, gli imbrogli, le furbizie che sono sempre degli altri. Mi piace un’Italia felicemente sconclusionata, mai compita, sempre un po’ indisciplinata ai doveri dell’epoca. Una nazione che si rompe felicemente, che si distrae dai suoi impegni, che disattende ogni promessa. Forse per questo dell’Italia mi piace più il Sud, ma solo quando non si dà  arie che non sono sue, solo quando il Sud pensa se stesso, non si fa pensare da altri, quando il Sud si dispone a giocare con l’assurdità  della vita, con la sua instabilità  costitutiva.
Una nazione non deve raccogliere, non deve proteggere, deve essere un tetto squarciato, una finestra che cigola, una nazione deve essere un pavimento sfondato. L’Italia che amo è quella che non sa niente di sé, che non si sente ricca né povera, che non si vanta e non si lamenta, un’Italia che appare a lampi su strade periferiche, un’Italia rimasta viva per sbaglio, per le amnesie della politica, per i mancamenti del progresso. Mi piace trovare un paese in pigiama o in pantofole, un paese che non si è lavato i denti, senza moine pubblicitarie, un paese indisposto e indisponibile. In una nazione del genere, in una nazione profondamente sconnessa e disunita è ancora bello viverci, perché la vita tiene ancora un suo sapore, una dolcezza da consumare senza colpe in luoghi dismessi o abbandonati, oppure un rancore acido contro cui lottare gettando nella mischia un dolore che non si compiace di se stesso e non si arrende.
Per salvare un alone di noi stessi
Noi siamo qui, tra alture e colline che ci danno uno spazio, un confine. Qui erano le corse infantili, il pallone che rotolava in ogni luogo, gli asini che risalivano dai sentieri, i maiali davanti alle porte delle case. Adesso a un altro secolo si apre il libro dei paesi e tutti abitiamo in una sostanza senza letizia e senza dramma: il limbo di una vita passata a vagare intorno al cerchio in cui non si entra. In una società  che ha sempre coltivato una sua fastidiosa e compiaciuta allergia al futuro, il lento metabolismo degli individui non poteva non produrre una maggioranza bradicardica, priva di guizzi creativi, murata in una muta, letargica ruminazione delle proprie debolezze. Ogni cosa sembra alludere all’epilogo della sua forma più che alla sua aurora. Perso e vivente è il nostro passato, è una lingua che perde pezzi se non viene detta, è lo spreco di chi consuma i miraggi che ci propone il mondo dell’economia, gigantesca fossa comune dello spirito. Eppure un’aura resiste, e certi pomeriggi hanno il polso leggero. Nei più nascosti luoghi, nei nidi del silenzio e della luce, qualcosa ancora si protende verso di noi, come fosse consapevole del suo non potersi mostrare. Inutile camminare sopra il vetro del disincanto, inutile stabilirsi nel vuoto d’anguria che c’è altrove. L’importante è andare e venire, guardare e divagare. Queste sono le quattro ruote motrici per attraversare la “palude definitiva”, l’isteria, l’arroganza di chi si comporta con il mondo come un adulto verso un bambino. In realtà , il mondo è più grande di noi e più incomprensibile. È necessario che ognuno scriva il suo romanzo civile, fatto di sogno e ragione. Basta andare dietro il paesaggio, misurarne con calma le luci e le ombre. Non c’è bisogno di alcun giudizio preordinato. Le cose si riveleranno per quello che sono. Forse niente può darci riparo una volta per sempre, ma possiamo costruire una comunità  degli affetti per salvare un alone di noi stessi e degli altri e quello che resta del nostro paesaggio, la sua bellezza senza ornamenti, il suo petto che sa di ginestre adolescenti, il suo mento reso aguzzo dal vento.
Elogio dei silenziosi
Fuori il vicolo era tenuto in luce da un lampione appoggiato al muro più alto. Un velo di neve copriva un mucchio di sabbia e un po’ di legna fradicia davanti a una porta, le conche per il basilico e i gerani erano piene della merda secca dei cani. Il vicolo era un guscio vuoto, tumefatto e ammaccato. Camminando sul selciato sconnesso pensavo a come doveva essere quel luogo, colmo di miseria e di gente: gatti, cani, risse di ubriachi, il taumaturgo, le feste dei maiali, le tagliole, i passeri nella neve, il forno a paglia, i racconti di paura, le zie, gli scemi, le mamme e i figli tra le gambe, le candele dell’inverno, l’uva secca, l’uomo che progettava aeroplani, l’uomo che alzava la gonna alle donne davanti alle fontane, gli sguardi dietro le tendine delle ragazze innamorate. Quello che era durato tanto tempo, un tempo in cui vigeva ancora una qualche sottesa alleanza fra gli uomini e le cose, è stato travolto dai vaneggiamenti di una politica ingorda e miope. I più volenterosi, i meno cinici, volevano cancellare i simulacri di oppressione e ingiustizia e fatica. Ma il grande abbaglio del progredire ha velocemente scollato il mastice della comunità , che riusciva a rendere abitabili queste terre povere e impervie, ma di particolare bellezza. La montagna del Sud è una ragnatela di luce e alla gente serve luce e aria azzurra, serve il pane e la passione e qualcuno a cui chiedere sostegno. Alla gente serve un luogo che sia segretamente suo, ora che il mondo tende a impastarsi, a divenire come la pasta di granchio giapponese con cui si fa tutto. Anche nei paesi del Sud sono molti quelli che scimmiottano i deliri metropolitani: cemento, decibel, gerghi mercantili, tossine. E allora non si loderà  mai abbastanza chi fiuta il calore residuo delle esistenze e delle cose che furono, chi rifiuta di assimilarsi all’indifferenza, quelli che sanno di essere sconfitti ma per questo non sono afflitti, semplicemente preferiscono rimanere in disparte e zitti.


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