Shalit, il ritorno del soldato

Mitzpe illa (Galilea). I nastri gialli appesi ai rami degli ulivi, le bandiere, gli striscioni con la sua faccia dallo sguardo malinconico, lo sguardo di un ragazzo costretto, come molti suoi coetanei, a crescere in fretta, persino i dolcetti che la yeshiva di Maalot – il centro studi dell’ebraismo ortodosso – ha fatto recapitare con largo anticipo e naturalmente le telecamere, già  predisposte per un lungo talk-show sul prato: tutto è pronto in questo piccolo villaggio arroccato sulle colline dell’Alta Galilea per il momento in cui Gilad Shalit tornerà  nella casa dove ha vissuto per 19 dei suoi 25 anni e chissà  quante volte, nei cinque anni e cinque mesi trascorsi nella prigione di Hamas, in qualche recesso della Striscia di Gaza, ha temuto di non rivedere mai più.
Chissà  se lo aiuterà  di più a guarire, a dimenticare, lo zainetto con le sue cose più care che i genitori, Noam e Aviva, hanno preparato per lui, su suggerimento degli psicologi dell’Esercito, o la vista dell’asilo che ha frequentato da bambino, “Dono di Beate e Henry Voremberg – Fort Lee – New Jersey”, che lo accoglieva ogni giorno, proprio di fronte alla sua casa. Questo lo decideranno gli esperti. Certo, è difficile pensare ad un luogo più rasserenante di questo angolo di Galilea, una specie di Toscana verde e pietrosa insieme, protesa sul grande anfiteatro del Golfo di Haifa.
E qui che Gilad è nato e cresciuto, proprio l’opposto di quella Striscia di Gaza dove, suo malgrado, è diventato un simbolo, di dedizione alla patria per gli uni, di oppressione per gli altri e dunque, secondo la logica di una guerra che entrambi gli opposti schieramenti ritengono giusta, un mezzo ideale per affermare le rispettive ragioni.
Non è un caso che mai, neanche nei momenti in cui la trattativa non prometteva niente o addirittura non c’era nessuna trattativa, i governanti israeliani hanno alluso ad una rottura completa dei contatti. Così come Hamas, neanche quando i suoi uomini e le sue strutture hanno subito i feroci bombardamenti dell’Operazione Piombo Fuso (dicembre 2008-gennaio 2009), hanno mai pensato di rivalersi su Gilad Shalit. Troppo importante era l’ostaggio per poter affermare, un giorno, un punto chiave del loro programma politico: «La liberazione di tutti i prigionieri palestinesi».
Ma nel frattempo, con quel suo sguardo triste riprodotto in milioni di manifesti e quell’aria adolescenziale, che faceva pensare a tutto tranne che a un guerriero, Gilad diventava sempre di più un’icona della sofferenza e, insieme, l’esempio vivente su cui misurare il grado di coesione, di solidarietà  di un paese intero. Quello che oggi fa dire al responsabile della campagna “Gilad libero”, Shimshon Libeman, «sono felice per me ma anche per i miei figli e i miei nipoti che domani saranno soldati».
Ma questa è solo una parte della realtà . Lontano dal villaggio in Galilea, a Gerusalemme, sotto le bianche, moderne volte dell’edificio dell’Alta Corte, riunita per discutere i ricorsi presentati dalle famiglie delle vittime del terrorismo contro l’accordo che oggi permetterà  il rilascio di Shalit contro la liberazione di 1027 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, va in scena un altro capitolo del dramma collettivo iniziato con il rapimento del giovane soldato. Una parte del paese ferita, dilaniata, investita da un’ondata di frustrazione si ribella al cospetto del fatto innegabile che, per permettere a Gilad di ritornare a casa sano e salvo, 285 militanti palestinesi condannati all’ergastolo, autori o complici di sanguinosi attentati riguadagneranno la libertà , assieme agli altri giudicati per reati minori.
Così, mossi dalla convinzione che l’accordo di scambio tra il governo e Hamas rappresenti una profonda lesione del diritto, un compromesso inaccettabile e, in definitiva, un insulto alla memoria e al sacrificio dei loro cari, i parenti delle vittime hanno marciato verso l’Alta Corte. Noam Shalit, il padre di Gilad, non meno deciso a difendere la vita del figlio, era lì ad attenderli, consapevole che quella sarebbe stato la battaglia decisiva tra le tante che nella sua Odissea di padre ha dovuto condurre.
C’è stato un momento d’irrefrenabile tensione, un corto circuito di sentimenti, quando il giovane Shuvel Schijveschuurder, 27 anni, che ha perso i genitori e tre fratelli nell’attentato del 2001 alla Pizzeria Sbarro, nel cuore di Gerusalemme s’è avvicinato a Noam Shalit e gli ha urlato in faccia tutta la sua rabbia verso l’accordo: «Domani Gilad verrà  a casa e vi saluterà : ciao mamma, ciao papà  e poco dopo noi subiremo il più grave attentato della nostra storia. Corri ad ammainare la bandiera israeliana che hai issato sul tetto e al suo posto metti una bandiera nera, perché domani sarà  un giorno di lutto». Noam non ha risposto. Sono stati i suoi legali, più tardi a difendere le ragioni dell’accordo, contro i ricorsi dei parenti che reclamavano il suo annullamento. Shuvel Shijveschuurder è stato arrestato qualche giorno fa per aver dissacrato il memoriale di Rabin a Tel Aviv.
Al di là  delle lacrime e delle emozioni, l’argomento su cui gli oppositori dell’accordo Shalit basano il loro rifiuto è il timore, secondo loro fondato, che la maggior parte dei prigionieri palestinesi liberati possano tornare alla militanza e persino alla pratica del terrore. Previsione basata su una ricerca degli analisti militari secondo cui il 60 per cento dei militanti palestinesi liberati in circostanze analoghe ritorna alle vecchie abitudini. E per tutti si cita il caso dei 1450 prigionieri rilasciati nel 1985 in cambio di tre soldati tenuti in ostaggio della milizia palestinese di Ahmed Jibril. Con un calcolo empirico si dice che il cosiddetto “accordo Jibril” sia costato la vita a 180 israeliani. Ma è pensabile che gli esperti della materia, i massimi responsabili della lotta al terrorismo, i capi del Mossad, dello Shin Bet e dell’intelligence militare che hanno “professionalmente”, come hanno tenuto a precisare, avallato l’intesa con Hamas, non conoscano questi dati? Il punto è che i nuovi vertici dei servizi segreti israeliani, rinnovati da non più di sei mesi, ritengono di poter gestire la liberazione in ordine sparso di alcune centinaia di militanti, parte dei quali saranno deportati a Gaza, mentre altri esiliati all’estero, come prevede quello che il Capo del Servizio di Sicurezza Generale (Shin Bet), Yoram Cohen, ha giudicato «il miglior accordo possibile», in mancanza di un’opzione di tipo militare per liberare Gilad.
Per questo la lettera di Netanyahu alle famiglie vittime del terrorismo, ammonta ad un doveroso atto di umana comprensione e nulla più. Ed è per questo che dall’Alta Corte ci si aspetta, come ha fatto altre volte in passato, che respingerà  i ricorsi, dando il via libera allo scambio come, secondo l’ultimo sondaggio, vuole il 79 per cento degli israeliani.


Related Articles

Razzi salafiti sul sud d’Israele, raid aerei israeliani su Gaza

PALESTINA Dopo «gli assassinii mirati» di due seponenti del gruppo qaedista «Esercito dell’Islam»

Escalation Usa / Nato in Europa

Sul «fianco orien­tale» la Nato, dopo aver pro­vo­cato l’esplosione della crisi ucraina, preme sem­pre più sulla Russia

Colpo di coda di León sulla Libia ma l’«intesa» è solo sulla carta

Libia. Ipotesi di «governo federale» con Parlamento a Tobruk. Proteste a Tripoli. L’accordo finirebbe per sancire la secessione tra la Cirenaica e la Tripolitania

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment