STEVE JOBS, L’UOMO CHE DONà’ L’ANIMA ALLA TECNOLOGIA

Questa settimana è successo qualcosa di davvero singolare. Mentre decine di migliaia di cittadini si assiepavano a New York, Washington e Seattle per protestare contro l’avidità  delle compagnie e le spropositate risorse dei super ricchi, un numero altrettanto straordinario di persone lasciava mazzi di fiori e messaggi di cordoglio davanti ai negozi di una delle società  più floride del mondo (con bilanci superiori a quelli di molti paesi), per onorare la memoria di uno degli uomini più ricchi del pianeta, Steve Jobs. Com’è possibile che un miliardario susciti una tale ondata di emozione in un momento come questo, di malcontento feroce nei confronti del capitalismo globale?
Perché Steve Jobs era il CEO (Chief Executive Officer, capo azienda, ndr) della bellezza. Nelle interviste, e specialmente in privato, Jobs parlava spesso di arte. Di gusto. Dell’anima e della vita. Credeva sinceramente in tutte queste cose, e ne sono la prova i prodotti ricchi di gusto e di anima che nell’arco di trent’anni è riuscito a creare. Il lutto collettivo e il rimpianto esplosi alla notizia della sua morte si devono al fatto che la sua arte ha toccato il cuore di miliardi di persone. Gran parte dei gadget tecnologici che utilizziamo nella vita quotidiana non sono stati costruiti pensando alla bellezza; non sono oggetti d’arte; non sono lo specchio di un’anima. Di solito anzi sono terribilmente rozzi, brutti e senza vita. Nel tempo invece i prodotti della Apple sono giunti a rispecchiare perfettamente l’anima di un individuo: Steve Jobs. In molti hanno pianto alla notizia della sua morte perché sentivano in qualche modo di averlo “conosciuto”, nelle innumerevoli volte in cui hanno sfogliato un iPad o ascoltato musica dall’iPod. Ed è davvero così. Anche se gran parte del lavoro si deve ai 46.000 impiegati della Apple, il design, bellissimo e incredibilmente intelligente, è una pura e semplice estensione di Steve Jobs.
Jobs metteva sempre l’arte e il design prima del guadagno: ed è questo che rendeva il suo lavoro così divertente. Il suo non era solo un esercizio di stile. Jobs era uno che aveva piantato a metà  il college, un hippy che amava girovagare per l’India, un esperto di tecnologia senza alcuna formazione in ingegneria o in informatica, un ribelle che ammetteva candidamente di essere stato trasfigurato dall’LSD, un manager mediocre, licenziato dalla compagnia che lui stesso aveva fondato. Nel profondo del suo cuore era un artista, un disadattato, forse un mistico, senz’altro uno fuori dagli schemi.
Jobs viveva la sua, di vita, ed è questo che ha fatto di lui un genio. Per quanto mi riguarda, se c’è una dote sopravvalutata è la grandezza, perché si accompagna spesso a debolezze altrettanto grandi. C’era un prezzo da pagare per l’enorme genio di Jobs: a volte si comportava proprio da stronzo. Era arrogante, duro, ambiguo, egocentrico, addirittura meschino. Non era un santo. Era capace di rimproverare in pubblico gente che lavorava giorno e notte per lui, e gli ci vollero anni per riconoscere di essere il padre della sua prima figlia. Ma un minuto dopo poteva diventare l’uomo più affascinante del mondo. In altre parole, era un essere profondamente umano, solo che lo era in modo più plateale. Sono convinto che il vero genio di Steve Jobs risiedesse nella capacità  di tradurre tutto questo in prodotti altamente tecnologici. Non accettava l’idea che la tecnologia dovesse somigliare… alla tecnologia. La tecnologia lo annoiava a morte. Nel 1996 ho avuto l’opportunità  di intervistarlo, insieme ad altri, per la rivista Wired. Si trovava in un momento buio della sua carriera: era stato licenziato dalla Apple, e si stava reinventando alla NeXT. Il computer della NeXT era incredibilmente bello, un perfetto cubo nero, ma nessuno se ne voleva comprare uno. E gli uffici dell’azienda erano altrettanto eleganti, con quel design audace che Jobs avrebbe poi riciclato per gli Apple store. Quel meraviglioso computer fu un disastro commerciale. Jobs, che non amava essere al centro dell’attenzione, quel giorno era di ottimo umore, e rimase a chiacchierare con noi giornalisti per un po’. Mentre parlavamo del più e del meno gli chiesi: «Qual è la cosa più sorprendente della tecnologia?». Mi diede una risposta inattesa: «Nasciamo, viviamo per un breve istante, e moriamo. Va avanti così da parecchio tempo. La tecnologia non cambierà  molto le cose, forse non cambierà  proprio un bel niente».
Mi resi conto allora che i computer per lui non avevano niente a che vedere con la tecnologia, o con la capacità  di calcolo. E neppure con la comunicazione. I nuovi oggetti tecnologici che siamo in grado di realizzare oggi, e parlo di quelli con dei chip all’interno, sono espressioni della nostra umanità . Le invenzioni precedenti, il microfono, il telefono e la televisione erano estensioni dei nostri sensi; l’iPad, o l’iPhone sono estensioni della nostra immaginazione, della nostra mente, e dei nostri valori. Il loro intento è utilizzare al meglio tutte le risorse del corpo e dei sensi, compresa la parola, alla velocità  della luce, con intuito, e grazia. Un giorno ci andremo a ballare con questo tipo di tecnologia. Ma questo è ora. All’epoca, mentre uscivo dagli uffici della NeXT, pensavo che non avrei mai più sentito parlare di Steve Jobs. Mi era sembrato un idealista donchisciottesco, un sognatore. Mi sbagliavo di grosso. Il fallimento per Jobs era il punto di partenza ideale per imparare qualcosa, e così dovrebbe essere per ciascuno di noi. Aveva una visione molto più ampia del suo destino: sapeva che nessun insuccesso ne avrebbe potuto mutare il corso. Pensava che la tecnologia ci avrebbe reso più umani, e non meno. Quando la tecnologia è bella, anche noi lo siamo. E in futuro ce ne sarà  sempre di più, quindi perché non renderla il più possibile attraente?
È difficile prevedere adesso per quanto tempo ancora la Apple continuerà  senza Jobs a tirar fuori invenzioni magnifiche, di quelle che ci rendono persone migliori. Tuttavia non credo siano gli iPod o gli iPhone l’eredità  più durevole di Steve Jobs. C’è molto di più. Il suo più importante lascito è l’aver permesso a tutti noi di diventare poeti del computer, uomini d’affari in jeans, disadattati produttivi, artisti tecnologici, aziendalisti ribelli, a pensare in modo diverso, e a ricordare che le macchine hanno un’anima. È grazie a lui che abbiamo imparato a pretendere che la tecnologia riveli la sua bellezza.
© 2011 (Traduzione dall’inglese di Chiara Stangalino)


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