Vertici a oltranza, poi Maroni sbotta: non si media con la pistola alla testa

ROMA — Si tratta a oltranza e nessuno sa se le prossime ventiquattro ore basteranno a salvare la vita al governo. Perché un’intera giornata di incontri ai vertici, riunioni concitate, telefonate roventi, preconsigli dei ministri con tanto di minacce di apertura della crisi, un Consiglio dei ministri convocato ad hoc per prendere «misure straordinarie» come richiesto dal Consiglio europeo e finito con un nulla di fatto, una cena a palazzo Grazioli con Berlusconi, Bossi, Letta, Tremonti, Calderoli e Maroni non sono bastate a sciogliere il nodo dei nodi, rimandato da mesi, riaffrontato nelle scorse settimane, temuto da qualche giorno e ora esploso: la riforma delle pensioni.
«Bossi non ha detto “non si toccano le pensioni” in maniera drastica, ma ha aperto alla possibilità  che si trovi insieme una soluzione per superare con uno slalom i paletti posti da Bruxelles. La soluzione ancora non c’è, ma si tratterà  fino all’ultimo secondo utile» annuncia al termine del Consiglio dei ministri Ignazio La Russa. Ma a mezzanotte, quando si conclude un altro pezzo importante di giornata con la cena al vertice tra leghisti, premier e Tremonti, le facce restano scure, non c’è neanche mezzo passo avanti, lo stallo diventa pericolosissimo. Come perfettamente sintetizzato dalle parole di Roberto Maroni, che nel vertice è sbottato: «Silvio, non si può trattare con la pistola alla tempia. Questi signori di Bruxelles, oltre a chiederci di eliminare le pensioni di anzianità , vorrebbero imporci perfino di chiudere le farmacie comunali in nome delle liberalizzazioni! E allora o hai il coraggio e fai la grande rivoluzione liberale del pubblico impiego o è meglio che vai da Napolitano, gli dici che noi non siamo in grado di andare avanti e si va a un governo tecnico che soddisfi le richieste dell’Europa». Magari guidato da Mario Monti, come tutti nel centrodestra dicono, se devono «pensare a un nome». Sì perché sulle pensioni di anzianità  non si riesce a uscire dal vicolo cieco. Raccontano che, nel vertice notturno, dal Carroccio qualche apertura sia arrivata su baby pensioni, pensioni d’oro, reversibilità . E anche sulla possibilità  di reinserire lo «scalone» pensato nella riforma Maroni che anticipa l’innalzamento dell’età  pensionabile. Tutto, perché non si tocchino le pensioni di anzianità  per chi ha già  40 anni di contributi. Ma Berlusconi sembra abbia scosso la testa: «Mi chiedono di più, all’Europa non basta…».
Poi le ricostruzioni divergono: in casa leghista dipingono un premier che chiede troppo; a palazzo Chigi parlano di una trattativa ancora in piedi (si rivedranno tutti stamattina) perché Bossi «non ha intenzione di mollare Berlusconi»; in via XX Settembre immaginano un premier che va a Bruxelles e in pratica, ai partner europei, dice che quello che può dare sono liberalizzazioni, dismissione del patrimonio, privatizzazioni, semplificazione e lotta a evasione fiscale e se lo facciano bastare perché di pensioni, semmai, si parlerà  in futuro.
Difficile che possa davvero andare così. Tanto più dopo una giornata scandita dai mille tentativi del premier di convincere l’alleato leghista a concedergli qualcosa di forte, visibile, simbolico come le pensioni di anzianità , ricevendo in cambio i secchi no di Reguzzoni, Maroni, di Rosi Mauro, di Bossi in due tesissime riunioni a margine del consiglio dei ministri e in serata quello della Padania che usciva in edicola con un titolo tranchant: «Scontro finale sulle pensioni, la Lega non arretra di un millimetro». Ecco allora che in Consiglio è stato Gianni Letta a dettare la linea del Piave, quella minima per presentarsi a Bruxelles: «C’è bisogno di mettere nero su bianco i nostri impegni, dobbiamo presentarci in Europa con una lista di riforme da varare precise e condivise e con uno scadenzario, altrimenti ci spazzeranno via». E ha indicato la via da seguire: bisognerà  precisare in un documento tutti i temi su cui si vuole intervenire — dalle liberalizzazioni alle pensioni — in che modo (con decreto, disegno di legge, con legge delega) e in che tempi, e su questi precisi impegni (che potrebbero essere illustrati stasera dal Cavaliere in una conferenza stampa) ci dovrà  essere «assoluta condivisione politica», altrimenti «il premier non si presenterà  nemmeno a Bruxelles andando allo sbaraglio, ma farà  altre scelte…». Le dimissioni appunto, che nel Pdl considerano «possibili» qualora il braccio di ferro con la Lega per toccare le pensioni, diventate il simbolo dei simboli, non sarà  vinto. «La verità  è che la Lega non vuole concedere niente, e con l’avallo di Tremonti mira a far precipitare la situazione per arrivare a un governo tecnico che si prenda la patata bollente delle riforme», dice un ministro furioso per la piega che stanno prendendo le trattative, perché «è chiaro che con un governo tecnico il Pdl va in mille pezzi, e tutti sperano di portarsene a casa una parte…». D’altra parte, non si può neanche cedere al Carroccio, ai suoi niet, rimangiandosi con un accordo al ribasso tutto il decisionismo mostrato nelle ultime ore: «Berlusconi non deve farlo, sarebbe la sua e la nostra fine: non può darla vinta alla Lega» predicano i fedelissimi del Pdl, in balia di una nottata che sembra non finire mai. E che, è il timore, rischia di essere l’ultima per il governo.


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