Colonnelli o Troika, Atene resta bollente

ATENE. Decine di migliaia di ateniesi hanno partecipato alla lunga marcia dal Politecnico di Atene all’ambasciata americana per ricordare il massacro organizzato dalla giunta dei Colonnelli, arrivati con i carri armati all’università  il 17 novembre del 1973. Trent’otto anni dopo, la gente torna per protestare contro la «nuova giunta della troika» e la partecipazione della estrema destra di Laos nel governo di unità  nazionale insieme con i socialisti di Pasok, i conservatori di Nuova Democrazia e il sostegno dei moderati di Alleanza Democratica. Il 17 novembre è la festa degli studenti, ma il ministro della Pubblica Istruzione ed ex Commissaria Europea, la socialista Anna Diamantopoulou, ha rotto la tradizione di rendere gli onori ai caduti, perché «non voleva essere scortata dalla polizia o dal servizio d’ordine del suo partito» per lasciare un mazzo di fiori alla porta del Politecnico distrutta dai carri armati.
Il centro di Atene si è ritrovato in stato d’assedio, con sette milla poliziotti in asseto di guerra dalle prime ore di pomeriggio, e venti fermi preventivi per scoraggiare gli atti di violenza da parte dei gruppi degli anarchici.
Quando la testa del corteo degli studenti è arrivata all’ambasciata americana, miglia di manifestanti di tutte le associazioni, sindacati, organizzazioni e partiti di sinistra aspettavano per marciare tre chilometri più in là . Mentre a poche centinaia di metri, in piazza Omonoia aspettava di partire il corteo di Kke. Anche in queste ore difficili, le forze sociali e politiche che si oppongono alle politiche della «troika» non hanno potuto superare le loro divergenze e formare un unico corteo.
Con la consueta puntualità , gruppi di anarchici veri o finti passando vicino al parlamento hanno utilizzato le molotov per rompere la prima linea della polizia, che ha risposto con lacrimogeni, gas. Ha poi fermato altre quaranta persone. Quando è passato anche il grande corteo di Kke, gli anarchici sono tornati lanciando molotov contro la polizia, che ha risposto con lacrimogeni e gas. Di solito, dopo la marcia per l’anniversario del Politecnico, questi gruppi bruciano i contenitori della spazzatura, creando impovvise barricate nelle zone circostanti. E’ quello che si attendeva per la notte.
La classe politica greca, con il socialista Papandreou e il conservatore Samaras in testa, hanno voluto votare la fiducia al governo di Papadimos prima di partecipare alla tradizionale marcia per l’anniversario dell’occupazione del Politecnico da parte dei carri armati dei colonnelli. Papadimos ha ottenuto mercoledi sera il voto al suo governo con 255 voti a favore e 38 voti contrari: quelli dei tre partiti di sinistra, qualche deputato indipendente e due socialisti che hanno votato contro la partecipazione della estrema destra nel governo. Il socialista Xaris Kastanidis ha dato il suo «voto al governo e non ai ministri di Laos», considerando «un errore storico della Grecia democratica la partecipazione degli elementi di estrema destra» nel governo.
Il premier Papadimos si prepara per incontrare lunedì i vertici della Unione Europea a Bruxelles, mentre l’esecutivo comunitario insiste a chiedere la firma anche di Samaras all’accordo del 26 ottobre, per concedere gli 8 miliardi della sesta trache per pagare stipendi, pensioni e altre spese pubbliche. Papadimos si era affrettato ieri a presentare al consiglio dei ministri la legge di bilancio per il 2012 per passarla subito dopo al parlamento. Il buco nero di 4,5 miliardi del bilancio per il 2011 ha fatto aumentare la paura di nuovi tagli nei primi mesi dell’anno prossimo.
I primi sondaggi offrono a Papadimos qualche respiro, grazie anche al pesante sostegno che ha ricevuto dai mezzi di informazione dei grandi banchieri, costruttori ed armatori. Secondo il sondaggio della Public Issue, la Nuova Democrazia prenderebbe il 32,30%, il Pasok 26,50%, il KKE 11,50%, Syriza 9%, Laos 7,50% e Verdi 3,50%, mentro fuori dal parlamento resta la Disinitra Democratica con 2% e l’Allenza Democratica con 1,50%. Gli astenuti o indecisi rimangono al 38%.


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Di acqua siamo

  [Foto Simona Granati]
Nel 2000, la privatizzazione dell’acqua in Bolivia offrì uno spettacolo degno del Guinness dei primati. Nella regione boliviana di Cochabamba l’acqua fu privatizzata, compresa l’acqua della pioggia. Ci fu allora un’insurrezione popolare, e la sommossa cacciò dal paese l’impresa californiana che aveva avuto l’acqua in regalo, con pioggia e tutto, e aveva portato le tariffe alle stelle. A Cochabamba scorse il sangue, però la dignità  popolare recuperò, con la lotta, il più indipensabile dei beni di questo mondo.

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