Dentro la società  «multirazzista»

Chi ha detto che esistono due sole maniere di raccontare il razzismo e gli immigrati? Che l’alternativa, cioè, sia tra un linguaggio politicamente corretto, condito di scadente retorica dell’accoglienza; e uno opposto costruito sui «foera di ball», «bingo bongo» e altri motti di spirito incuranti del buon gusto? Se è immaginabile una terza via capace di condurci oltre le liturgie irrazionali, e la politica che le alimenta, questa è percorsa dal nuovo Almanacco Guanda, giunto al settimo anno.
Qui una squadra di giornalisti, scrittori, insegnanti, storici e sociologi, coordinata come in passato da Ranieri Polese, senza far mistero di schierarsi pone anzitutto l’esigenza di comprendere e riflettere sui problemi, sforzandosi di mettere i ragionamenti al posto delle emozioni. E si dirige verso il terreno impervio del (presunto) razzismo nostrano, con un titolo — tre anzi, a essere precisi — che dice già  molto: Con quella faccia. L’Italia è razzista? Dove porta la politica della paura (Guanda). Diciamo subito che il verdetto finale non c’è, e nemmeno potrebbe, tanto contrastanti e variegate appaiono le opinioni degli scriventi, almeno quanto le ipotizzabili reazioni dei lettori.
Alcuni punti fermi tuttavia non mancano. A partire dal giudizio del romanziere Andrea Camilleri sul carattere specifico del razzismo all’italiana: non coloniale-sciovinistico, convinto della superiorità  dell’uomo bianco; né patologico, pronto a inventarsi complotti pluto-giudaico-massonici, e nemmeno biologico alla hitleriana. Piuttosto, spiega Camilleri, da noi prevale la gretta ricerca di un capro espiatorio, su cui convogliare le ansie e le rabbie.
Se non che, fa notare lo storico Franco Cardini, proprio intorno a queste modeste paure private si edificano poi le grandi crociate ideologiche e gli scontri di civiltà , trascurando le differenze interne al mondo musulmano e diffondendone immagini di comodo, cioè non come è realmente ma come vorremmo fosse (esemplare il modo di raccontare a noi stessi le vicende della «primavera araba»). E su questo punto, cioè sulla deformazione dell’idea di «nemico», si sofferma con sottile ironia lo studioso sloveno Slavoj Žižek, là  dove punta il dito contro i cosiddetti «razzisti moderati» che oggi come ieri — sull’esempio dell’intellettuale francese Robert Brasillach — vorrebbero «decaffeinare» le differenze, accettare l’élite e rifiutare la massa, accogliere le belle attrici e i prestigiosi scienziati purché i loro connazionali meno presentabili e fortunati vengano lasciati marcire sulle banchine di Lampedusa.
Eh sì, precisa il giornalista Gian Antonio Stella: quando si parla di respingimenti si ricorre di solito a un tono neutro e rassicurante quanto un protocollo in carta bollata, ma si passa disinvoltamente la spugna sulle tragedie umane che vi stanno dietro, così simili a quelle sperimentate dagli italiani agli inizi del secolo scorso. Si dimentica, incalza l’«attivista mediatico» Nicola Angrisano, quel che realmente succede ogni anno ai lavoratori stagionali, sfruttati brutalmente nelle campagne di Rosarno; si trascura, avverte l’economista Valeria Benvenuti, l’utilità  produttiva e sociale dei lavoratori stranieri; si scherza col fuoco, mette in guardia il giornalista Ferruccio Pinotti, allorché dietro alla parola d’ordine della «tolleranza zero» i leghisti e i loro compagni di strada gettano le fondamenta della «fabbrica della paura». Ma forse, fra tutte, la provocazione intellettuale più sottile è quella dello storico Luciano Canfora, quando richiamandosi all’antica polemica dell’opulento impero romano nei confronti dei primitivi «barbari», suggerisce l’inquietante ipotesi che — allora come oggi — i veri portatori di moralità , così diversa da quella occidentale, progressista e tanto sicura di sé, siano proprio loro, gli arretrati «primitivi».
L’Almanacco, insomma, spiazza le aspettative di molti lettori. Un po’ come aveva sperato all’inizio, nell’anno 2005, il suo inventore Luigi Brioschi, direttore della Guanda, desideroso di rinverdire una gloriosa tradizione editoriale novecentesca, declinandola però, anno dopo anno, intorno a temi diversi: la musica popolare, la metamorfosi della società , la tendenza a concepire complotti, il romanzo politico, la nuova satira, il perverso prolungamento delle mafia nelle cricche. Il tutto, sempre, depurato dei fastidiosi piagnistei dettati dal rivendicazionismo e dalle ideologie. E se ciò avviene, è anche per merito delle vignette tra il malinconico e il surreale di Franco Matticchio che punteggiano le pagine, nonché dell’impostazione accattivante dell’art director Guido Scarabottolo. Quasi a rivendicare, così, la possibilità  d’affrontare temi cultural-sociali serissimi, senza risse partitiche in studi aperti e anni zeri, e quasi con il sorriso sulle labbra. Da far pensare che l’epigrafe ideale all’Almanacco avrebbe potuta metterla Flavio Oreglio, il comico di Zelig, quando avvertiva anni fa, con stralunata malinconia, come «ormai viviamo tutti in una società  multirazzista».


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