Egitto. Da dove viene la seconda ondata

La seconda ondata della «rivoluzione egiziana» che ha travolto il paese e ha avuto ancora una volta come epicentro piazza Tahrir ha travolto anche molti degli attori politici e molti degli osservatori locali ed internazionali. La determinazione di giovani rivoluzionari è riuscita a tenere in scacco le Forze di sicurezza centrale (Fsc) e la polizia militare difendendo l’occupazione della piazza, durante cinque giorni di vera e propria guerriglia, che è costata la vita a più di quaranta persone, oltre a più di tremila feriti, a citare le stime più prudenti.
E’ necessario fare un passo indietro per cercare di capire da dove venga l’attuale ondata di proteste che non ha mancato di sorprendere molti, inclusi alcuni militanti di sinistra, soprattutto tra quanti che hanno deciso di partecipare alla competizione elettorale, all’ombra del potere del Consiglio supremo delle forze armate (Csfa), che di fatto ha ereditato il potere da Mubarak lo scorso febbraio. Lungi quanto ancora affermano alcuni media occidentali, la «rivoluzione di gennaio» non era stata una «rivoluzione dei social network», né era stata dominata dalla partecipazione della classi medie o privilegiate. È vero che gruppi di attivisti di tendenza laica, molto attivi su internet e poco presenti nelle strade del paese, avevano lanciato l’appello per la manifestazione del 25 gennaio 2011 e l’avevano iniziata, tuttavia la rivolta era stata alimentata e sostenuta, nelle sue ore più drammatiche in cui la repressione governativa si era scatenata contro i manifestanti, dai giovani provenienti dalle classi subalterne, dai «ragazzi di strada» e dagli emarginati da sempre vittime dei soprusi del regime e del suo braccio armato, le Fcs. Questa massa rivoluzionaria, per niente organizzata e ancora meno politicizzata, era scesa in piazza a gennaio proprio perché non aveva più nulla da perdere, tanto era deteriorata la situazione economica del paese, in seguito all’applicazione delle ricette neo-liberiste da parte di Gamal Mubarak, delfino dell’ex presidente, e dell’élite politico economica a lui vicina. Questi giovani, provenienti dalle periferie e dagli slums del Cairo e delle altre città , come pure dalle campagne, hanno pagato spesso con la vita la loro partecipazione ai moti di gennaio. Eppure, dopo l’insediamento al potere del Csfa e l’inizio della «normalizzazione» post-rivoluzionaria, ben presto i gruppi subalterni, come peraltro la classe medio-bassa, si sono trovati marginalizzati dal cosiddetto processo di transizione, dominato dall’élite militare in accordo, aperto o tacito, con alcune forze politiche, a cominciare dai partiti islamici. A ben vedere, il dato più sconcertante fino a qualche settimana fa, non era la prevedibile mancanza di entusiasmo del Csfa nel guidare il processo di transizione, quanto la quasi totale assenza dei problemi – aumentati dalla crisi economica post-rivoluzionaria – delle classi meno abbienti sia dalle preoccupazioni dei militari sia dai programmi elettorali degli islamisti e di molti dei nuovi partiti (oltre cinquanta) scaturiti dalla rivolta di gennaio. Pertanto, uno sguardo a volo d’uccello sullo scenario politico egiziano alla vigilia delle elezioni non poteva che suggerire un ragionevole pessimismo, basato sulla sensazione che ben poco fosse cambiato e che la distanza tra il popolo d’Egitto e la sua classe politica fosse addirittura aumentato.
Tuttavia, se si abbandonava questo sguardo dall’alto, per guardare alla parte opposta della piramide socio-politica egiziana, si scopriva invece che il cambiamento era già  in atto e lo spirito della rivoluzione di gennaio era ben desto, ancor prima di manifestarsi in modo così prepotente in piazza Tahrir, negli ultimi giorni. Ci si riferisce all’ondata di scioperi, proteste, sit-in, che hanno visto migliaia di cittadini invocare i propri diritti, senza mediazioni, soprattutto nell’ancora elefantiaco settore pubblico. Nei blocchi stradali degli operai, nello sciopero degli autisti del servizio pubblico urbano, dei lavoratori della metropolitana e dei docenti, si poteva già  intravvedere non solo la continuazione dello spirito partecipativo rivoluzionario di gennaio scorso, ma anche la netta cesura tra il vecchio sistema clientelare dominato dai sindacati di stato, e un modalità  nuova, ancora tutta da costruire, di ridefinire il rapporto tra il potere e il comune cittadino.
Le manifestazioni della scorsa settimana costituiscono il più evidente ritorno della politica di strada e delle classi subalterne emarginate dal processo politico post-rivoluzionario. I giovani manifestanti, come in molti altri paesi, chiedono i loro diritti e il compimento di una vera rivoluzione che restituisca loro la dignità  (al-karama) e la speranza nell’avvenire, inesistente fino a gennaio e poi sfumata nell’ombra dei palazzi del potere. La sinistra, sia quella che, avanzando più di un dubbio sulla bontà  di una competizione elettorale da tenersi sotto la supervisione di un regime per nulla cambiato, ha deciso di boicottare le elezioni, sia quella che è invece si presenta nell’alleanza «La rivoluzione continua» e in liste indipendenti, dovrà  inventarsi un nuovo linguaggio e un nuovo modo di fare politica, appoggiandosi alla proficua esperienza dei sindacati indipendenti, per dare rappresentanza a questo movimento di protesta senza leader e senza strategia, ma con una grande voglia di dire, una volta ancora,kifaya (basta!) a poteri autoritari e demagogici vecchi e nuovi.
*Docente di storia e politica del Medio Oriente alla British University of Egypt e alla Macquarie University di Sydney.


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