Egitto, in fila alle urne dopo il sangue i generali vincono la battaglia del voto

IL CAIRO. Il cronista impietoso è costretto a riconoscere che, ieri, in piazza Tahrir, l’epicentro della protesta, i sorrisi erano rari. Non c’era un’atmosfera di disfatta. Questo no. Una via di mezzo. Una dignità  frustrata. Il trionfalismo sarebbe stato fuori luogo. La depressione eccessiva. Una battaglia perduta, quale è il successo del voto organizzato dai militari, non segna la fine di una rivoluzione destinata a durare. Il suo avvenire immediato da ieri si annuncia tuttavia più difficile. Meno luminoso. Il modesto numero degli irriducibili, contrari a una democrazia militare, presenti sulla piazza, roccaforte di una vera democrazia, era eloquente. Soltanto alcune centinaia di giovani scandivano slogan contro il maresciallo Tantawi, il capo della giunta dei generali, mentre centinaia di migliaia di egiziani facevano la coda davanti ai seggi elettorali presidiati da soldati e poliziotti, nella capitale, e ad Alessandria, a Porto Said, ad Assiut.
Insomma nelle sette province (su ventisette) chiamate a votare al turno iniziale, che riguarda quindici milioni di egiziani. Piazza Tahrir non era disertata ma, perlomeno in quelle ore, sembrava spenta. La partecipazione si è rivelata consistente, inattesa, e senza seri incidenti, già  dalle prime ore. I seggi che dovevano restare aperti fino alle diciannove lo sono rimasti fino alle ventuno. Stasera, alla chiusura, avremo qualche cifra ufficiale cui affidarci. E diffidare. La manovra elettorale dei generali, destinata a durare sei mesi, ha debuttato bene. Poi si vedrà . Sono previste almeno altre quattordici consultazioni e le incognite sono numerose. Piazza Tahrir può riempirsi di nuovo, come è accaduto dopo le puntuali repressioni, con la partecipazione degli stessi cittadini che hanno fatto e fanno la coda davanti ai seggi. Amr Mussa, ex ministro degli Esteri e ed ex capo della Lega Araba, apprezzato dai giovani rivoluzionari, ha detto di avere votato per disciplina e ha aggiunto che questo non gli impedirà  di andare in piazza Tahrir. Dunque il voto non esclude la rivoluzione; e ancor meno la rinuncia a chiedere la dimissione dei generali. Nonostante siano stati lanciati inviti individuali, non ci sono stati ordini perentori ad astenersi. Non si voleva privare gli egiziani di gustare la democrazia, anche se studiata nelle caserme; e al tempo stesso non si voleva correre il rischio di una disubbidienza di massa.
A questo punto va sottolineata la situazione un po’ paradossale. Il potere autoritario, incarnato dai militari, ha avuto la meglio sulle forze innovatrici usando lo strumento democratico del voto. Assomiglia a uno scippo. In fondo lo è. Quelle masse assiepate davanti alle urne hanno demoralizzato coloro che denunciavano e denunciano l’elezione programmata dai generali, ritenendo che sia destinata a soffocare, ad affogare l’insurrezione, e a garantire il potere “super costituzionale” dei militari. Non è un sospetto, non è un’accusa infondata. Il maresciallo Tantawi ha tenuto a precisarlo domenica, poco prima del voto: «La posizione delle forze armate rimarrà  quella che è, e non può essere complicata da nessuna nuova Costituzione».
Bastava un’occhiata al vistoso, imponente spettacolo degli egiziani all’assalto delle urne per accorgersi che il rito del voto esercitava una forte attrazione dopo i mesi agitati della rivolta. Mesi esaltanti per la promessa di una democrazia e tormentati dalle sempre più severe difficoltà  economiche. E’ crollato il numero dei turisti, essenziale risorsa per l’Egitto, e cresce a dismisura il numero dei disoccupati, in una società  in cui almeno un terzo della popolazione vive a un livello di sussistenza. Ed è forte il timore di un disordine incontrollabile. Il primo voto dopo la cacciata di Hosni Mubarak, il vecchio raìs sacrificato dai suoi stessi generali, ha quasi scandito un’epoca, perché alcune libertà  sono state nel frattempo conquistate. Senz’altro quella d’opinione, per la stampa e i partiti. Pur restando operante il fitto apparato poliziesco. Almeno dodicimila animatori della protesta sono in prigione.
In un quartiere popolare periferico i soldati hanno sparato per aria per frenare gli elettori che assaltavano un seggio, nel timore di non arrivare in tempo a votare. Era gente impaziente di esercitare un diritto democratico, con l’illusione che fosse infine rispettato? Oppure era un atto di obbedienza ai militari? Attraverso Facebook sono stati rivolti numerosi inviti a recarsi alle urne vestiti di nero, in segno di lutto per i quarantuno manifestanti di piazza Tahrir uccisi da soldati e poliziotti. Molti hanno ubbidito. Alcuni professionisti, medici e avvocati, hanno rivolto una secca domanda provocatoria ai giudici che controllavano le operazioni di voto: «Il mio suffragio equivale a una legittimazione del potere militare?». E con i telefoni cellulari hanno fotografato e registrato le risposte immagino imbarazzate dei giudici. O i loro silenzi. Quelle testimonianze saranno rese pubbliche in piazza Tahrir. Nell’attesa di entrare nei seggi si sono accese discussioni, e non sono mancati coloro che all’ultimo minuto hanno girato le spalle alle urne e se ne sono andati senza votare. Chi ha assistito alla recente elezione in Tunisia non ha notato la stessa aria di festa tra la gente che al Cairo si dirigeva in massa verso i seggi.
Nonostante la proibizione, molti militanti di partiti laici e religiosi distribuivano volantini all’ingresso dei seggi. Quelli del Partito Libertà  e Giustizia, braccio politico della confraternita dei Fratelli Musulmani, erano i più organizzati. In quasi tutti i quartieri, armati di computer, guidavano gli elettori smarriti verso le scuole in cui dovevano votare. Aiutavano le persone anziane. Insegnavano come riempire le schede, abbastanza complicate, perché per i circa trentacinque partiti (due terzi) si vota alla proporzionale; e per i candidati individuali (un terzo) col sistema uninominale. I Fratelli musulmani sono i favoriti. Dovrebbero avere una robusta maggioranza relativa e per questo avrebbero rinunciato alle manifestazioni di protesta al fine di evitare che le elezioni fossero sospese o rinviate, e venisse cosi compromessa la loro vittoria. Molti giovani della confraternita hanno disubbidito e si sono schierati con i coetanei di piazza Tahrir, pur promettendo che avrebbero votato per Libertà  e Giustizia, il loro partito.
Nelle code davanti ai seggi erano numerosi i partiti della “maggioranza silenziosa”, tra i quali non mancano molti esponenti o nostalgici del regime di Mubarak, o coloro che si affidano ai militari, ritenuti i soli affidabili garanti dell’ordine. Ma c’erano anche molti “democratici illiberali”, come vengono chiamati i laici che contano sull’esercito per contenere l’ondata islamica. Anche se i Fratelli musulmani, virtuali vincitori delle elezioni, si sono prodigati e si prodigano per dimostrare la loro moderazione e il rispetto della democrazia. Uno psicanalista, che si è ben guardato dal votare, formula una diagnosi: «E’ un’elezione senza legittimità , ma molti, pur essendone consapevoli, corrono alle urne perché sono convinti che l’esercito, per tradizione laico, fermerà  l’avanzata dei religiosi».


Related Articles

IL VERDETTO DEL PORTAFOGLI

  OBAMA ha vinto una battaglia, ma sta perdendo la guerra che conta, quella per il portafoglio degli elettori. E la miscela di odio profondo per l’«alieno» usurpatore nero e di ansia da anemia economica ha reso il suo cammino verso la rielezione un sentiero di spine.

Migranti, Oim: “Nel 2015 superata quota un milione di arrivi in Europa”

I dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni registrano una cifra quattro volte superiore rispetto al 2014. Più di 3.500 le vittime e i dispersi in mare. Nuovo naufragio nell’Egeo: 11 morti. Italia al secondo posto per arrivi profughi

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment