L’agonia infinita del Belgio Di Rupo lascia l’incarico

BRUXELLES — Uno dei Paesi più civili, ordinati e laboriosi d’Europa, tenta il suicidio con soave determinazione. Forse non c’è altro modo per raccontare l’enigma del Belgio e di quanto vi accade in queste ore.
Elio Di Rupo, 60 anni, il primo ministro designato che era riuscito a risolvere la più lunga crisi politico-istituzionale nella storia del mondo (526 giorni di fila, fino a ieri) e a mettere d’accordo fiamminghi e valloni, a sera si è recato nelle Ardenne, nella residenza di campagna del re Alberto II; e invece di comunicargli la lista dei ministri — era attesa di ora in ora — gli ha chiesto di essere sollevato dal suo incarico. Motivazione ufficiale: il mancato accordo fra i sei partiti in lizza, sul bilancio di previsione per il 2012; cioè uno dei temi, fra cento altri, forse meno scottanti.
C’è ancora il sole, quando Di Rupo arriva nella villa delle Ardenne. Maglioncino grigio informale, senza la giacca e senza il solito farfallino rosso al colletto (sostituito da un fiocchetto nero stile western), il leader socialista figlio di un minatore abruzzese ha conservato il suo sorriso gentile e tosto di sempre: sapeva e sa di avere la piena fiducia di Alberto II. Ma chiedere di «essere sollevato dall’incarico», nell’etichetta di Corte, vuol dire dimettersi: anche se Alberto ha «sospeso» la sua decisione, l’ha congelata chiedendo ai partiti di riflettere bene sulle conseguenze di quanto sta per succedere. Non tutto sarebbe perduto, insomma, e lo sbocco più ovvio, le elezioni anticipate, non sarebbe ancora scontato. Il re, simbolo e mediatore dell’unità  nazionale, spera che i partiti riflettano davvero, che facciano cioè quel che non sembrano aver mai fatto, dalle elezioni del 13 giugno 2010 in poi. Ma intanto l’orologio della crisi ha ripreso a marciare, il vuoto torna a governare: e il Belgio, quinto Paese indebitato di tutta la Ue (debito previsto al 99,2% del Pil per il 2012), con un deficit esattamente doppio di quello italiano (previsione per il 2012: -4,6% del Pil) ma con una crescita tuttora più forte (Pil +0,9 nel 2012, contro il flebile +0,1% italiano) si trova un po’ più vicino al ciglio del rischio che accomuna molti altri Stati europei. È vero, per oltre un anno e mezzo, pur senza un governo («ma no, proprio per quello», dicevano gli osservatori più maliziosi) la disoccupazione è stata tenuta a freno e la crescita economica ha retto. Ma un vuoto così lungo ai vertici, prima o poi, può sempre presentare il conto.
Ancora pochi giorni, forse poche ore, e Di Rupo avrebbe formato il governo. Aveva trovato la quadra, come si direbbe in Italia, su quasi tutto ciò che divide i 6 milioni di fiamminghi più conservatori e più benestanti dai 4 e passa milioni di valloni francofoni, più orientati a sinistra e più colpiti dalla crisi economica: dall’amministrazione della regione-capitale di Bruxelles, al diritto per ogni cittadino di essere processato nella propria lingua in un qualsiasi tribunale, ai finanziamenti per le scuole delle due comunità  linguistiche, quasi tutto era stato appianato. E una volta gettate queste basi, il bilancio di previsione per il 2012 poteva essere solo un corollario. Ma alla fine hanno prevalso le diffidenze e i particolarismi che dividono da secoli certe parti del Belgio, e l’incapacità  di ascoltarsi. O quella soave e feroce determinazione che sembra spingere la nave di questo Paese, come altre in Europa, verso una scogliera.


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