«Detenuti senza diritti umani»

ROMA. La scena è vagamente surreale. Smessi i panni di ministro, Carlo Giovanardi torna senatore in commissione giustizia con la missione impossibile di difendere la legge sua (e di Fini) in materia di droghe, sostenendo a dispetto di tutte le statistiche che non si tratta di una legge che riempie le carceri. Lo contestano e lo interrompono altri senatori della ex minoranza, oggi però alleati di Giovanardi. Il Pd trova il coraggio di ipotizzare, con la senatrice Della Monica, una correzione «minima» della Fini-Giovanardi. È il giorno della presentazione del programma del governo sulla giustizia e si finisce a discutere di carceri. Merito della ministra Paola Severino che decide di partire dalla condizione insostenibile dei detenuti. Anche se lo fa evitando di pronunciarsi sull’amnistia e ipotizzando rimedi parziali. Ma il cambio di registro è netto: i senatori parlano per due ore senza che vengano fuori accuse di uso strumentale delle leggi, da una parte, o dei tribunali, dall’altra. Il tappo almeno qui è saltato davvero.
Dopo vent’anni di risse paralizzanti lo scetticismo si impone, eppure il debutto in senato lascia intravedere una discussione vera sui mali della giustizia. Anche perché la ministra ai senatori offre un’agenda dei lavori minimale. Per ragioni di tempo (l’anno e mezzo che sarà  concesso al governo) e di priorità  (l’economia, ovviamente) è bandito qualsiasi annuncio di riforma, fin qui obbligatorio per un nuovo ministro. Anzi, le riforme che sono in attesa, quelle dei codici penali ad esempio, aspetteranno ancora. D’un tratto dalle priorità  del governo sono spariscono anche quelle leggi che il Pdl sosteneva essere nell’interesse del paese, e non di Berlusconi, come il processo lungo, la prescrizione breve e le intercettazioni. Del resto che non ci fosse più una maggioranza in grado di reggere le leggi ad personam era chiaro già  prima della fine del governo del cavaliere.
Nel programma «scarnificato» della ministra Severino, oltre all’emergenza carceri, c’è spazio solo per gli interventi che si accordano all’impegno generale del governo, brutalmente riassunto in due parole: «Risparmio ed efficienza». Dunque informatizzazione degli uffici giudiziari (che in verità  comporta una spesa, ma si tratterebbe di un «investimento fruttuoso»), sistemazione delle circoscrizioni giudiziarie e liberalizzazione della professione di avvocato. Due misure, queste ultime, di difficile realizzazione pratica per le resistenze delle categorie, dei magistrati ma soprattutto degli avvocati. Molti rappresentanti della ex maggioranza continuano a spendersi in difesa dei «territori» e quindi contro l’accorpamento dei tribunali e delle procure, malgrado il governo Berlusconi abbia inserito in una delle sue tante manovre estive una delega all’esecutivo per riordinare la geografia giudiziaria. Delega che la ministra assicura sarà  portata avanti «con criteri oggettivi». Quanto alle liberalizzazioni che altrettanto e più agitano gli avvocati – preoccupati che vengano cancellati l’esame e l’albo – ci sono degli obblighi europei cui stare dietro (a partire dal 1 gennaio del prossimo anno) ma Severino assicura che il governo si muoverà  in modo da «non abbassare la qualità  dei professionisti». Resta il fatto che è proprio la diffusa lobby degli avvocati – fin qui largheggiante in parlamento – a subire i primi dispiaceri da parte di una ministra che pure della categoria fa notoriamente parte.
Quanto alle carceri, la ministra riconosce che l’eccesso di detenuti rispetto alla capienza impedisce persino «il rispetto dei diritti fondamentali della persona» ma rifiuta in linea di principio gli interventi non strutturali. Tra i quali annovera l’amnistia, in ogni caso «fuori dalla portata del governo» (anche se la maggioranza che lo sostiene sarebbe eccezionalmente in grado di approvare il provvedimento). Quindi annuncia altre misure deflattive, nessuna nuovissima, se si eccettua l’ipotesi di una «carta dei diritti e dei doveri» del detenuto e dei familiari del detenuto. Il pacchetto di norme che Severino spera di mettere in campo a breve dovrebbe consentire di scontare il residuo della pena in forme diverse, di allargare la detenzione domiciliare, di concedere la messa in prova anche agli adulti. E poi la ministra immagina con molto ottimismo di recuperare l’uso del braccialetto elettronico, introdotto per legge dieci anni fa ma rimasto totalmente inapplicato. Salvo che per un centinaio di milioni pagati dallo stato alla Telecom.


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