«Thyssen, quei sette morti per una scelta consapevole»

TORINO — «Ne cagionava la morte, in qualità  di amministratore delegato». E poi i nomi degli operai che la notte del 6 dicembre 2007 lavoravano alla linea cinque dell’acciaieria ThyssenKrupp di Torino. Ci sono voluti sette mesi, per leggere le motivazioni della sentenza che ha condannato Harald Espenhahn, l’amministratore delegato della multinazionale tedesca, a sedici anni e mezzo di carcere per omicidio volontario. Ma fa impressione lo stesso. Prima per l’enormità  di quel che accadde, poi per la valenza non solo simbolica di quel verdetto, giudicato «epocale» o «pericoloso», dipende dalle opinioni, comunque il primo in Europa a riconoscere il dolo eventuale a un alto dirigente dell’azienda coinvolta in un caso di incidente sul lavoro.
I rischi
La «scelta sciagurata di non fare nulla» per la sicurezza di uno stabilimento destinato alla chiusura, bloccando gli investimenti previsti solo per andare incontro «agli interessi economici dell’azienda» è stata consapevole. Espenhahn sapeva che la filiale di Torino si trovava «in gravissime carenze strutturali e organizzative».
Sapeva che il rischio esisteva, nel 2002 c’era stato un grave incendio e il tribunale aveva formulato critiche al sistema di estinzione non automatico, rimaste inascoltate. Ma decise ugualmente di «azzerare qualsiasi intervento in materia di prevenzione degli incendi» privilegiando un «contenuto» vantaggio economico. Così ha accettato il rischio, esorcizzandolo con la speranza che nulla accadesse. «Ma questa Corte non riesce ad individuare alcun fattore in forza del quale egli potesse ragionevolmente “sperare” che non sarebbe capitato nessun infortunio anche mortale».
«Le complicazioni»
La quasi 500 pagine delle motivazioni raccontano di un dibattimento pieno di sorprese, nessuna delle quali degna di lode. «E’ doveroso esporre un grave tentativo di impedire a questa Corte di accertare la verità  dei fatti, tentativo perpetrato proprio nel corso del dibattimento». I giudici raccontano «con amarezza» dei testimoni avvicinati da un ex dirigente della Thyssen, desideroso di vagliare e concordare le loro versioni. «Comportamenti gravissimi tesi a vanificare in radice il fine di questo come di ogni altro giudizio, l’accertamento della verità ». C’è una inchiesta della procura su questo episodio, e almeno sette indagati.
Lavori in corso anche su un altro tasto molto dolente, quello dei controlli che spettavano agli Enti pubblici. «Si deve osservare la complessiva scarsità  e la carente incisività  dei rilievi e delle prescrizioni da parte della Asl incaricata». Una decina di funzionari e dipendenti dell’azienda sanitaria locale sono indagati per abuso d’ufficio e falso ideologico.
La fabbrica
Le sette vittime non hanno colpe. Lo stabilimento Thyssen di Torino era un luogo «dove si lavorava in condizioni di degrado, di trascuratezza, di sporcizia, di insicurezza». Purtroppo, scrive il giudice, «quella notte non è intervenuto alcun fattore eccezionale, non c’è stata alcuna combinazione di imprevedibili anomalie». Anzi. «Si deve concludere ritenendo che “anomalo” potesse essere, nella situazione data, il fatto che gli operatori fossero fino ad allora sempre riusciti ad intervenire tempestivamente, accorgendosi — subito — di ogni focolaio».
Diversi pareri
Enzo Audisio, legale di Espenhahn, riconosce ai giudici un grande impegno nella ricostruzione della vicenda. Ma i complimenti finiscono qui. «Alcune circostanze sono state stravolte. Affermare che il mio assistito fosse consapevole della necessità  di eseguire gli interventi di sicurezza è ricavato da dati di fatto, ma da parte sua non c’era alcuna consapevolezza dei rischi».
Raffaele Guariniello ha parole agrodolci. Se i giudici hanno sposato la sua linea, «mettere al centro delle indagini le scelte strategiche dell’azienda», lui si prepara a rimanere solo. La sua squadra specializzata in disastri e malattie professionali sta per essere smantellata. Le norme che impongono ai pubblici ministeri il cambio di incarico dopo un certo numero di anni lo stanno per privare di sei «titolari». E nel giorno in cui i giudici hanno definito «di fondamentale importanza» il materiale probatorio «acquisito nel corso di indagini accurate», per il magistrato torinese meno amato dalle aziende italiane questo turn over burocratico porta con sé il sapore amaro della beffa.


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