Napolitano vede Pd e Terzo polo Sotto esame «un’altra prospettiva»

ROMA — Ancorare tutti alle responsabilità  imposte dall’aggravarsi della crisi economica e dai continui raid della speculazione internazionale. Verificare la disponibilità  a una «larga condivisione delle scelte» concrete e credibili che l’Europa si attende con urgenza dall’Italia. Saggiare la reale tenuta della maggioranza di governo, dopo le tensioni e i dissidi interni affiorati negli ultimi tempi: dallo scontro tra il premier e Tremonti alle spinte verso la diserzione dei cosiddetti «malpancisti» del Pdl. E nel contempo esplorare la consistenza parlamentare di quella «nuova prospettiva» invocata da un ampio arco di forze politiche e sociali.
Era questa la griglia di lavoro che ha guidato le consultazioni informali avviate ieri con ritmo serrato dal presidente della Repubblica al Quirinale. Una griglia in qualche modo anticipata dalla nota scritta di proprio pugno da Giorgio Napolitano l’altra sera, in cui si rivolgeva a entrambi gli schieramenti chiedendo loro di esprimersi chiaramente in nome di un’emergenza ormai al limite della sostenibilità .
Ciò che il capo dello Stato ha raccolto alla fine del primo sondaggio con le delegazioni del Terzo polo (Casini, Cesa, Bocchino e Rutelli), del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e dello stato maggiore del Partito democratico (Bersani, Finocchiaro, Bindi, Franceschini, Enrico Letta), non gli consente di mettere a verbale le novità  che forse si augurava. Siamo ancora al muro contro muro già  certificato dalle cronache dei giorni scorsi. Cioè a una paralizzante, e per il momento insuperabile, guerra di posizione.
Da un lato ci sono le forze del centrodestra, che ripetono (anche se meno graniticamente) l’eterno mantra del «o Berlusconi o morte», cioè le urne.
Dall’altro ci sono le opposizioni, che si dichiarano disponibili ad assumersi la loro parte di «responsabilità », ma che insistono per un atto di «discontinuità ». Ossia l’immediato cambio della guardia a Palazzo Chigi e il varo di un governo di emergenza nazionale, magari pure con dentro il Popolo della libertà , ma guidato da un tecnico che, per la sua personalità , goda di un elevato standing sul piano internazionale (un identikit che, anche se sul Colle nessuno ha fatto nomi, coincide con la gettonatissima candidatura di Mario Monti).
«Non ci prestiamo a furberie o a sacrifici inutili su misure decise in maniera unilaterale da Palazzo Chigi… Il problema ormai è la credibilità  di Silvio Berlusconi, che rende inutile ogni misura». Questo hanno detto (in perfetta sinergia e a conferma di un forte asse) al capo dello Stato sia Casini che Bersani, ponendo la precondizione del fatidico passo indietro del Cavaliere.
Una pretesa sulla quale il capo dello Stato non può non riflettere. Infatti, un conto è l’ebbrezza affannata di chi percepisce come imminente la caduta del premier e in tale spirito si proclama disposto a tutto pur di vederla realizzata, un altro conto è la capacità  di costruire una solida prospettiva di governo post berlusconiana.
Dunque il punto politico che il Quirinale dovrà  fatalmente soppesare e sciogliere è: nell’ipotesi di una caduta dell’esecutivo, le opposizioni euforicamente unite di oggi sapranno domani approvare con la stessa coesione le misure imposte dalla crisi? Davvero i vari Di Pietro o Vendola o le altre anime inquiete del Pd (i cui voti pesano parecchio), già  esplicitamente malmostosi verso «il governo tecnocratico che piace all’Europa», appoggeranno con coerenza un gabinetto di transizione che mettesse in cantiere il severo pacchetto di interventi che Bruxelles e la Banca centrale ci hanno intimato di prendere sin dallo scorso agosto?
Scenari futuribili, ma forse non troppo lontani, oramai. Intanto il presidente ha dovuto registrare l’assoluta indisponibilità  delle opposizioni a sostenere in Parlamento provvedimenti decisi in modo unilaterale da Berlusconi. Non concederemo alcuna corsia preferenziale all’esecutivo, come abbiamo fatto per carità  di patria quest’estate: questa la risposta secca di Casini e Bersani, che fa sfumare le speranze di larghe intese.
L’ultima verifica, stavolta mirata al governo, il capo dello Stato la farà  stamane, quando riceverà  sul Colle le delegazioni del Pdl e della Lega. Poi tirerà  le somme e farà  conoscere le conclusioni della sua azione di vigilanza e di pressing verso Palazzo Chigi sulla linea del rigore e della tempestività .
Un pressing che ieri si è riflesso nella seduta notturna del Consiglio dei ministri, dove il premier si riproponeva di approvare un decreto legge con le misure attese dall’Europa, così da presentarsi oggi al G20 di Cannes con i provvedimenti già  in tasca. Un piano che Berlusconi ha dovuto riconsiderare in extremis, dopo lunghe e complesse trattative, per certi dubbi del capo dello Stato: dubbi sull’efficacia di un «pacchetto» concepito e scritto in chiave unilaterale, tale da rendere vani gli sforzi di Napolitano per un largo consenso.


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ROMA — «Nelle lanterne semaforiche, a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, le lampade ad incandescenza, quando necessitino di sostituzione, devono essere sostituite con lampade a basso consumo energetico, ivi comprese le lampade realizzate con tecnologia a Led».

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