Ore di riflessioni e trattative Il nodo era il Superministero

ROMA — Come per la formazione di ogni nuovo governo sino all’ultimo minuto sono cambiate caselle, deleghe e nomi dei componenti della squadra. Ci sono volute oltre due ore di colloquio, e di lavoro, fra Mario Monti e Giorgio Napolitano, per comunicare la lista dei ministri e sciogliere la riserva, molto più di quanto pronosticato dai cronisti che attendevano al Quirinale, nel salone della Vetrata.
Lo stesso Monti due sere fa l’aveva definita «gestazione» e qualche complicazione era in fondo messa nel conto. Basti pensare che Giulio Terzi di Sant’Agata, neo ministro degli Esteri, sino a ieri ambasciatore a Washington, arriverà  solo oggi a Roma, in volo dagli Stati Uniti: segno che non si è fatto in tempo ad avvertirlo, almeno con il dovuto preavviso. Al giuramento — così come il generale Giampaolo Di Paola, responsabile della Difesa, che era a Kabul — non ha partecipato.
C’erano in lista altri ambasciatori, Giampiero Massolo, segretario generale della Farnesina, Giancarlo Aragona, già  ambasciatore a Mosca e a Londra: alla fine la scelta è caduta su Terzi, che ha un ottimo rapporto con il presidente della Camera, Gianfranco Fini, con l’ex ministro Franco Frattini, che è stato ambasciatore italiano a Tel Aviv.
Nel Pdl come nel Pd raccontano che Monti si è svegliato ieri mattina all’hotel Forum con almeno un’altra casella che non era compiutamente assegnata: quella delle Infrastrutture, che in un primo momento sarebbero dovute andare a Piero Gnudi, già  presidente dell’Enel.
Alla fine al dirigente d’azienda sono toccate le deleghe del Turismo e dello Sport, mentre a Corrado Passera, bocconiano come Monti, già  amministratore delegato delle Poste, numero uno di Intesa Sanpaolo, sono state dirottate anche queste deleghe.
Una differenza che ha certamente segnato le ultime fasi di formazione dell’esecutivo: a Passera vengono conferite competenze che nel precedente governo avevano due ministri, Paolo Romani e Altero Matteoli; alle Infrastrutture e ai Trasporti si somma lo Sviluppo economico (che a sua volta ingloba le competenze sulle Comunicazioni).
Una sorta di superministero, creato ad hoc per il manager banchiere, che certamente nei prossimi mesi giocherà  la parte del leone nell’azione del governo, almeno assieme all’Economia, di cui lo stesso premier prende le deleghe.
Qui è lo stesso capo del governo a svelare ai cronisti quello che appare come un piccolo retroscena. Nelle due ore di colloquio con la prima carica dello Stato, prima di sciogliere la riserva, una parte del tempo viene dedicata anche al «convincimento mio, e per l’esposizione al capo dello Stato, circa una determinata struttura, ad esempio che l’Economia e le Finanze appartengono al presidente del Consiglio».
L’accentramento di funzioni e poteri in capo al presidente del Consiglio — come del resto quelle in capo a Passera, scelta che sarebbe stata osteggiata dal Pd — è stato dunque oggetto di ampia riflessione preventiva con Napolitano: ne è scaturita una decisione non indifferente, con conseguenze di non poco conto, a cominciare da quelle concrete degli impegni internazionali che Monti dovrà  affrontare, in veste di ministro e in veste di capo di governo.
Altre rivisitazioni dell’ultima ora avrebbero riguardato il ministero dell’Istruzione, con un’ampia fetta del Pd contraria all’assegnazione delle deleghe a Lorenzo Ornaghi, rettore della Cattolica: ad ascoltare gli esponenti del partito di Bersani se il ministero di viale Trastevere fosse andato all’accademico sarebbe aumentato e di molto il peso dell’influenza della Chiesa negli assetti del nuovo governo. Esagerazioni? Forse, ma alla fine ad Ornaghi è toccato un altro dicastero: quello dei Beni culturali.
Dinamiche che avrebbero giocato un ruolo anche nell’assegnazione di due ministeri senza portafoglio: a Fabrizio Barca, neo ministro per la Coesione territoriale, e a Piero Giarda, cui sono andate le deleghe dei Rapporti con il Parlamento. Il primo è un economista che proviene dall’Ocse, il secondo è stato sottosegretario economico con Prodi, D’Alema e Amato; entrambi ieri venivano dati nel Pdl come due esponenti tecnici, ma vicini al centrosinistra, arrivati al governo anche per contribuire ad una «mappatura» equilibrata di alcuni assetti. Politici, ovviamente.
Genesi del governo a parte, ieri sera Monti invitava tutti i suoi ministri ad avere come obiettivo innanzitutto lo spirito collegiale.


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