Quella lunga corsa a Ovest di un Paese fatto di speranza

ERA stato, dalle origini, il “destino manifesto” degli americani, il bisogno di muoversi, di spostarsi, di espandersi, di andare oltre l’orizzonte, in un perpetuo “wanderlust”, la libidine di vagare. Ora, in un segno non del declino, ma della inesorabile normalizzazione anche di questo fantastico esperimento sociale chiamato Stati Uniti d’America, i censimenti e le ricerche dicono che la lava umana che per più di due secoli è fluita inarrestabile si sta raffreddando. Anche gli americani, come gli europei, come i russi si stanno trasformando in un popolo stanziale, che preferisce fermarsi. Forse, un po’ stanco.
Il simbolo più struggente della nazione era stato a lungo il “tumbleweed”, il cespuglio senza radici che nelle terre dei grandi cieli, le praterie del centro e del sud, rotola spinto dal vento.
La sua traduzione pratica e industriale era stata non soltanto l’automobile e, ancor di più, il “pick-up”, il camioncino che fino dagli anni della Grande Depressione e della siccità  aveva trasformato stati come l’Oklahoma in immense conche di polvere. Su di esso, famiglie intere ritratte dai grandi fotografi e raccontate dai narratori della disperazione come Steinbeck, aveva caricato le miserabili masserizie e i rottami del proprio fallimento, per andare verso l’Oceano Pacifico e la frontiera dell’ultima speranza, oltre la quale c’erano soltanto migliaia di chilometri di acqua.
Quando, negli Anni ‘50 e sotto il pungolo della Guerra Fredda e del timore di un’invasione, il generale presidente Dwight Eisenhower aveva lanciato la costruzione delle autostrade interstatali, secondo i criteri strategici delle strade consolari romane, il continente si era trasformato in un piano inclinato sul quale tutto ciò che non fosse saldamente inchiodato o radicato ruzzolava verso Ovest.
Furono inventati i “caravan”, furgoni per passeggeri e persone, eredi dei carri coperti che il signor Studebaker aveva costruito per i Pionieri del XIX secolo e i magnifici Winnebago di alluminio lucido come gli aerei, roulotte leggere da agganciare alle Chevy, alle Ford, alle Chrysler per trascinare vite oltre le Montagne Rocciose.
Fino agli Anni ‘80 e ai primi Anni ‘90, in coincidenza con la vittoria – forse pirrica – sul nemico “rosso”, le statistiche dicevano che un americano medio cambiava 20 lavori, non soltanto “posti”, ma proprio attività , e 25 indirizzi nella propria vita, a cominciare dai 17 anni quando figli e figlie dovevano lasciare il nido materno, i più fortunati per il “college”, gli altri per un lavoro e dunque un proprio indirizzo. Potevano piangere agitando i fazzoletti, i genitori, ma erano loro per prima a sapere che quello di andarsene, di volare via, di rispondere al “destino manifesto” di muoversi e conquistarsi spazi e territori propri, era la condizione dell’essere americani.
Il vero carburante, ancora più della benzina a poco prezzo che alimentava la migrazione perenne dei “tumbleweed”, dei cespugli rotolanti, era lo stesso che aveva mosso i padri, i nonni, i bisnonni generazioni prima: la speranza. Meglio, la certezza che oltre il profilo delle colline e delle montagna, prima dei bassi e facili Appalachi poi le durissime Rocciose seguite da deserti micidiali dove morivano pionieri a migliaia, c’era il futuro migliore al quale tutti aspiravano. Era stata una continua corsa all’oro, anche quando l’oro non c’era più, e al suo posto sorgevano gli stabilimenti aereospaziali, i fertilissimi campi della California, i giacimenti e le miniere che costruirono città  come Denver. E non importava – perché quello era il diritto storico, il lascito del destino – se nel rotolare da Est a Ovest la migrazione che portò un’Italia intera dall’Atlantico al Pacifico nel dopoguerra, 60 milioni, e che prima aveva guidato i pionieri scortati dalle giubbe blu, avrebbe travolto i popoli che già  abitavano quelle terre, niente affatto vuote.
Se oggi la lava si sta raffreddando è perché la speranza, la certezza del futuro migliore alla fine dei grandi cieli sono diventate merce più rara, mentre è cresciuta, con il prezzo della benzina, la paura di perdere quello che si ha, più che la libidine di conquistare quello che non si ha. Tornano sempre più al nido dei genitori i non più giovanissimi, i trentenni e qualcosa, che dopo il college, o il primo matrimonio fallito o i licenziamenti multipli divengono la “boomerang generation”, la generazione che va e poi ritorna.
Soltanto un americano su tre pensa che i propri figli staranno meglio di loro e persino la California, la Terra Promessa che già  nel 1849 spinse i disperati a morire nella Valle del Morte in Nevada pur di raggiungerla, è in crisi demografica, oltre che finanziaria. Se un flusso umano continua è quello che viene da Sud, dall’oltre “Frontera” quella del Messico.
Si vedono ancora, sulla autostrade, i “caravan”, i pick-up, le mega roulotte e le case mobili che portano sulle rastrelliere le biciclette dei bambini o l’auto di famiglia, con il papà  al volante della motrice, la mamma al fianco e i marmocchi sballottati dietro, ma sono quasi sempre i lavorati migranti, i carpentieri, gli elettrici, gli idraulici, i muratori che seguono come procellarie il corso degli uragani e dei tornado per andare dove c’è da ricostruire e da guadagnare per qualche settimana o mese. Il grido del «Go West young man», va a Ovest giovanotto è sempre più lo stai fermo dove sei, aggrappato a quello che oggi hai. Domani non è più necessariamente il primo giorno del resto della tua vita, come voleva il proverbio ottimista, ma potrebbe essere l’ultimo della vita che ora hai.


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