San Raffaele, bufera su don Verzé tre milioni e mezzo spariti all’estero

MILANO – Un buco da 1,5 miliardi di euro. E operazioni sospette per soli 3,5 milioni. La sproporzione è notevole. Ed è forse per questo che la procura di Milano dopo mesi di indagini ha forzato di nuovo la mano nell’inchiesta sul crac del San Raffaele, l’ospedale fondato da don Luigi Verzé, fermando l’uomo d’affari, Pierangelo Daccò e perquisendo case e uffici. Lui è un intermediario che vive tra Londra e Milano e ruota da tempo intorno a Comunione e Liberazione, un movimento che in Lombardia catalizza una quantità  incredibile di voti e posti di potere, grazie anche all’appoggio che da sempre fornisce al presidente della Regione, Roberto Formigoni. E non è un caso che i finanzieri abbiano perquisito anche alcuni uffici dell’ente lombardo.
La procura temeva che Daccò potesse fuggire in Israele e così hanno deciso di chiederne il fermo, motivando il provvedimento d’urgenza (che dovrà  ora essere trasformato in arresto dal giudice per le indagini preliminari) con operazioni sospette nelle quali avrebbero concorso il presidente Don Luigi Verzé, il defunto vicepresidente Mario Cal, il direttore amministrativo della Fondazione Mario Valsecchi e i soci del gruppo di costruzioni Zammarchi, tutti indagati per concorso in bancarotta, distrazione e dissipazione. Il nome di Daccò è stato citato negli interrogatori dei collaboratori di Don Verzé, come se fosse un terminale di denari pagati dal San Raffaele.
Tre gli episodi che avrebbero contribuito ad aggravare lo stato di dissesto. Il primo si riferisce all’aereo di Don Verzé. Daccò avrebbe preso «due milioni di euro – si legge nel decreto – per una consulenza (la ricerca sul mercato di un velivolo di marca Bombardier) senza alcun interesse per la Fondazione che ne aveva già  acquistato un altro, un modello Challenger 604». Una somma, secondo i pm, «sproporzionata» ed erogata senza che «sia mai stata effettuata alcuna prestazione». Altri 510mila euro sarebbero arrivati quale beneficiario della Harmann Holding per consulenze legali mai eseguite e un altro milione di euro, attraverso la Mtb «con la fittizia e apparente causale di anticipo sull’acquisto di un immobile in Cile», ma in realtà  come retrocessione di un importo erogato dal San Raffaele al gruppo Zammarchi.
Per scoprire altri passaggi oscuri, il Nucleo tributario della Guardia di Finanza di Milano è stato spedito in Regione Lombardia, l’ente che ogni anno eroga oltre 400 milioni di euro al San Raffaele, nell’ufficio di Alessandra Massei, dirigente che si occupa dell’attuazione del piano socio sanitario regionale, della programmazione dell’Edilizia sanitaria e dei rapporti con le Università , e in quello di Maria Erika Daccò, figlia di Daccò e sposata con l’assessore regionale alla Cultura Massimo Buscemi anche lui in quota Cl. Ne ha fatto le spese anche la sorella, Monica Daccò, che lavora nel campo della pubblicità  con la società  Poliedrika. Forse un po’ tardivamente e senza nemmeno l’effetto sorpresa, è stata perquisita la “Cascina”, la comune dove vive Don Verzé con i suoi adepti, nonché la casa e l’ufficio della sua segretaria. I finanzieri hanno passato al setaccio cinque società  (la Limes, la Iuvans, la Vadic, la Argos e la Sirefid) e due imbarcazioni di Daccò: la “Amerika – London” e la “Ad maiora”, ormeggiate al porto di Ancona e di Lavagna.


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