Se il razzismo è “istituzionale”. E pure incoraggiato.

Una selezione degli 861 casi di discriminazione e razzismo monitorati sulla stampa e sul web tra il 15 luglio 2009 e il 31 agosto 2011 consente agli autori di ricostruire l’evoluzione delle dinamiche discriminatorie nel nostro Paese nelle diverse sfere della vita pubblica. Ma quali sono le cronache di ordinaria xenofobia nell’Italia di oggi? Quanto incide la rappresentazione mediatica di tali episodi nella nascita di nuove forme di razzismo? Ne abbiamo parlato con Grazia Naletto, presidente dell’associazione Lunaria e curatrice del libro.

Come nasce il progetto di un libro bianco sulle discriminazioni? Quali sono le cronache di ordinario razzismo raccolte in questo lavoro?
L’idea è nata nel 2009 a seguito di alcuni fatti di cronaca particolarmente gravi. All’epoca ci siamo resi conto che da un lato, da parte dei media, c’era una tendenza a proporre una rappresentazione stigmatizzante dei migranti nei casi in cui questi ultimi si rendevano protagonisti di reati gravi (come per esempio nella vicenda dell’aggressione avvenuta al parco romano della Caffarella), e dall’altro lato, invece, laddove i migranti erano vittime di discriminazione e di violenze, continuava ad esserci una forte, fortissima resistenza nel riconoscere che si trattava di casi di razzismo. Il caso forse più eclatante è stato quello dell’omicidio di Abdul Abba, a Milano, ucciso per aver rubato un pacco di biscotti: il giudice non ha mai riconosciuto l’aggravante razzista di quell’omicidio. Da questo e altri episodi è arrivata l’idea di avviare un lavoro sistematico di monitoraggio di quello che succede quotidianamente in Italia in merito alle discriminazioni razziste perpetuate in ogni ambito. Quest’anno ci siamo voluti soffermare soprattutto su quelli che abbiamo definito episodi di “razzismo istituzionale”, ma abbiamo analizzato anche i casi di “razzismo mediatico”: nei giornali e nelle tv persiste e anzi cresce, dati alla mano, la tendenza ad una narrazione distorta dei fatti di cronaca che coinvolgono migranti e minoranze.  

Di tutte le storie che nel libro vengono affrontate, ben poche sono state riprese dai giornali o dalle tv. E anche le vicende poi uscite sui giornali hanno spesso subìto distorsioni. Può ricordarci qualcuno degli episodi in cui avete riscontrato da parte dei media l’uso di categorie arbitrarie, un’eccessiva semplificazione o una narrazione falsata dei fatti?
Nel libro abbiamo scelto di raccontare una serie di casi esemplari. In particolare abbiamo parlato dell’omicidio di Sanaa Dafani, la giovane 23enne di origine marocchina uccisa dal padre nel settembre 2009, un episodio che ha avuto notevole visibilità  sui media, avviando l’ennesima campagna allarmistica sulla presenza dei cittadini di religione musulmana nella nostra società , alimentando l’idea che vi fosse incompatibilità  tra le loro abitudini e la possibilità  di una tranquilla convivenza con gli italiani. Abbiamo cercato di ricostruire la narrazione di questo caso da parte dei media, esattamente come abbiamo fatto con la ribellione dei migranti scoppiata a Rosarno nel gennaio 2010, quando, a seguito dell’ennesima aggressione subita da alcuni lavoratori africani, vi fu una protesta molto decisa da parte dei lavoratori stessi. Di quella ribellione i giornali e le tv enfatizzarono in particolare gli aspetti violenti, omettendo di dire che in quei giorni la più grave delle violenze fu la vera e propria caccia all’uomo che si scatenò da parte di alcuni cittadini di Rosarno (non tutti, certamente), e che portò alla “deportazione” dell’intero gruppo dei lavoratori africani in altre aree del Paese.

Nel libro ripercorrete anche la vicenda dell’asilo di Adro…
Lì, di fronte a 42 bambini le cui famiglie non avevano pagato regolarmente la retta per il servizio mensa, il sindaco decise di sospendere il servizio. Il caso ebbe molta visibilità  mediatica, perché poi un imprenditore donò 10mila euro per garantire a quei bambini l’accesso alla mensa scolastica. La polemica fu grande, sebbene, a parer nostro, rappresentata in modo semplicistico dai mezzi di comunicazione, i quali riproposero una dicotomia tra il rispetto delle regole da un lato e la garanzia di alcuni diritti dall’altro, mentre il tema vero sul quale era – ed è – indispensabile confrontarsi era quello della necessità  di un rafforzamento delle politiche pubbliche laddove ci sono famiglie in difficoltà ,  nella garanzia di un sostegno per tutti a prescindere dalla provenienza.
Un altro caso ancora di cui ci siamo voluti occupare è quello di Petre Ciurar, una ragazzo rom di 20 anni ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto nel dicembre 2010 a colpi di pistola e fucile, senza che i media se ne accorgessero. Ecco, questo è un caso di omissione molto grave, anche perché di fatto poi i pochi pezzi usciti sulla stampa locale hanno evidenziato che l’omicidio aveva uno scopo esplicitamente intimidatorio nei confronti di questa famiglia rom che era andata a vivere in una zona periferica di Barcellona.
Infine l’ultimo caso che trattiamo nel libro non poteva che essere  quello della rappresentazione proposta da giornali e tv degli arrivi dei migranti a Lampedusa. C’è un comportamento schizofrenico da parte della stampa che da un lato s’indigna ogni qual volta avviene una tragedia in mare e muoiono donne e bambini, dall’altro asseconda una visione molto allarmistica degli arrivi anche sostenendo e direi incoraggiando la rappresentazione che di essi viene fatta dalle nostre istituzioni.

Può esemplificarci qualcuna di queste strategie che contribuiscono ad alimentare le rappresentazioni stigmatizzanti dei migranti e delle minoranze?
Le strategie comunicative possono essere molto diverse: abbiamo trovato casi di omissioni, come per la vicenda del ragazzo rom ucciso a colpi di fucile, oppure di enfatizzazioni, ed è il caso della descrizione degli arrivi dei migranti sulle nostre coste. Si può poi rovesciare l’ordine del discorso, come è avvenuto nel caso di Rosarno, per cui anziché andare ad approfondire le effettive difficoltà  create sul territorio dalla crisi economica e dalla grande competizione che nel settore agricolo esiste, si è andati a proporre una rappresentazione infondata sulla base della quale si diceva che gran parte dei lavoratori erano privi di permesso di soggiorno, quando non era assolutamente così. Vi è poi un ricorrere a semplificazioni e rappresentazioni dicotomiche, come nel caso di Adro, e infine l’utilizzo (molto frequente) di un lessico stigmatizzante, fatto di categorie e vocaboli che di per sé veicolano una visione denigratoria dei migranti. È il caso per esempio della parola “clandestino” ma anche della parola “badante” o “vù cumprà “, termini che spesso ritroviamo nelle cronache giornalistiche dei quotidiani più venduti del Paese. 

Secondo i dati pubblicati nel libro bianco, gli ambiti nei quali maggiormente si sviluppano violenze e discriminazioni sono quelli che riguardano la vita pubblica e i rapporti con le istituzioni.  Può spiegarci cosa s’intende per “razzismo istituzionale”?
Questo rapporto si sofferma particolarmente sul razzismo istituzionale perché abbiamo evidenziato alcune tendenze nuove rispetto al biennio precedente. Nel primo libro bianco avevamo “eletto” il pacchetto sicurezza come simbolo del razzismo istituzionale: molte delle norme introdotte in quel provvedimento andavano ad ostacolare l’inclusione dei migranti nel nostro Paese e ad irrigidire le politiche migratorie, “istituzionalizzando”, appunto, il razzismo. Nel biennio successivo, cioè negli anni 2009-2011, è divenuta più visibile una declinazione locale del razzismo istituzionale. 

Ovvero?
Per dimensione locale intendo le varie ordinanze emesse dai sindaci che cercano di ostacolare l’accesso dei cittadini stranieri ad alcune prestazioni o servizi sociali. Gli ambiti di maggiore discriminazione, in base al nostro monitoraggio, sono risultati quelli relativi all’erogazione di sussidi alla natalità , i cosiddetti bonus bebè: in alcuni comuni come Brescia, Palazzago, Adro, o in relatà  come la stessa regione Lombardia, si è cercato di limitare l’accesso a questo tipo di sussidi, irrigidendo i requisiti di residenza sul territorio o richiedendo direttamente la cittadinanza italiana. Altro ambito fortemente discriminatorio è quello che riguarda l’accesso ai servizi per l’infanzia, il diritto allo studio o ai contributi che dovrebbero favorire l’inserimento abitativo. È il welfare locale, insomma, che oggi sembra evidenziare maggiormente l’acuirsi di dinamiche razziste. Di più: è lo stesso welfare locale a metterle in atto.


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