Sorveglianza rafforzata e sanzioni automatiche

BRUXELLES — Fra poche settimane, il 1° gennaio 2012, si festeggeranno i 10 anni trascorsi dal giorno in cui l’euro divenne la moneta corrente in 12 Paesi. “Festeggiare”? Più o meno. Ma intanto c’è già  un nuovo essere che si agita nella culla della Ue: una riedizione del Patto di stabilità , concepita come un trattato fra Stati nazionali e limitata ad alcuni Paesi dell’Eurozona. «Patto di stabilità  a breve», «patto di governance a tre», prima ancora che nascesse l’hanno chiamato in tanti modi. Ma l’accordo che Francia e Germania cercano di disegnare, con il contributo dell’Italia, sta nelle poche frasi circolate nelle ultime ore fra Parigi e Berlino: «sanzioni vere» (per punire, ma non a parole, chi non rispetta il rigore di bilancio), «sorveglianza rafforzata» (per prevenire il danno), «attivazione calibrata della Banca centrale europea» (perché possa rastrellare i titoli dei Paesi più fragili, molto più di come fa oggi, senza però trasformarsi subito in prestatore di ultima istanza e mettersi a stampar moneta), «cooperazione rafforzata sul modello Schengen» (i 3 primi Paesi dell’Eurozona aprono la strada, e gli altri si accodano, senza bisogno di metter mano alla modifica dei Trattati Ue). Poi, altri progetti: un mini-consiglio dei ministri finanziari che esamini preventivamente ogni anno i bilanci nazionali, un «super-commissario» Ue che commini le sanzioni; la possibilità , graditissima ad Angela Merkel, di deferire alla Corte di giustizia Ue un Paese spendaccione; e nei fatti, ciò che finora si è smentito: un’Eurozona a due velocità , regolata dal rispetto delle regole comuni. Un cerchio più ristretto, in quello più largo che si riconosce nell’euro.
Tutto questo, sperano Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, costituisce una riforma «leggera», realizzabile aggirando l’incubo comune: una modifica dei Trattati Ue che richiederebbe anni e anni. Specie nel caso della Bce: oggi, perché lo vietano i Trattati, l’Eurotower non può essere un prestatore di ultima istanza (e su questo la Merkel, forse sensibile alle memorie di Weimar, è perfettamente d’accordo) ma non potrà  nemmeno (così crede Sarkozy) far in eterno da spettatrice davanti all’aggravarsi della crisi: bisogna trovare, pensano entrambi, un compromesso. Lo stanno cercando ora: regole più severe sui bilanci nazionali dovrebbero “confortare” la Bce in un ruolo più attivo. Intanto oggi i leader della Ue — José Manuel Barroso e Herman Van Rompuy — incontrano a Washington Barack Obama, per concordare una risposta comune alla bufera. Il nuovo Patto potrebbe nascere per gennaio. Il perché di tanta urgenza lo riassume il vicepresidente del Parlamento europeo, Gianni Pittella: «Il contagio della crisi dei debiti sovrani si allarga anche a Paesi virtuosi come Austria, Finlandia, e Belgio: allora il problema non è solo risanare ma soprattutto garantire liquidità  nel mercato dei titoli, attivando la Bce come prestatore di ultima istanza e raddoppiando la dotazione del fondo salva stati. Tutto il resto si può fare, ma senza queste risposte meglio allacciare le cinture perché arriva il diluvio».
La storia, però, a volte è bizzarra. La prima volta che si parlò di riformare il Patto di stabilità  fu nel 2003-2004, quando due Stati erano nei guai per i loro debiti: non si trovò un accordo su come castigarli, e alla fine il Patto fu reso più flessibile, non più severo. Quei due Stati si chiamavano Francia e Germania.


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