Tra riciclaggio, pizzo e politica la Lombardia invasa dalle cosche

  
MILANO – L’aggettivo «epocale» a volte si spreca, ma non è così in occasione di questa sentenza. Qualcuno ricorderà  un filmato, realizzato grazie a una telecamera nascosta dai carabinieri, che ha fatto il giro del mondo: riguardava un bel gruppo di boss della ‘ndrangheta, tutti con carta d’identità  e indirizzi lombardi, che approvavano per alzata di mano, e prima del brindisi di buon augurio, il loro nuovo «rappresentante» per la Lombardia. Succedeva nel centro per anziani «Falcone e Borsellino» di Paderno Dugnano.

Ieri, dopo le indagini e il processo con rito abbreviato, che prevede sconti di pena, si è arrivati alla prima conclusione di quel brindisi, ed è pesante. Il punto esatto della questione «epocale», però, non è comprensibile se si guarda all’elenco delle 110 condanne. È accaduto «di più»: è stata decretata, per sentenza di primo grado, l’«unicità » della ‘ndrangheta. Dalle gabbie ieri si grida «buffoni» ai magistrati, e qualcuno dei detenuti si sente malee viene portato via in sirena, e anche un sindaco viene condannato, mentre si contano le «batoste» patrimoniali sui patrimoni degli «associati». La ‘ndrangheta, che sinora veniva presentata e raccontata come un gruppo di famiglie, più o meno cattive e numerose, ognuna slegata dalle altre, si è ritrovata «allo scoperto». È stata riconosciuta la sua natura di grande e ramificata organizzazione, simile in tutto e per tutto a Cosa Nostra siciliana. Con un verticee decisioni condivise. Succede, ed è insomma un inedito, che da Milano a Reggio Calabria, nelle aule di giustizia, l’articolo 416 bis regga.E regge per varie cosche che agiscono su territori diversi, e hanno capi diversi, ma – questo diceva l’accusa, questo conferma il giudice se l’intendevano. E molto seriamente. I paragoni con chi è caduto «in guerra» contro l’Antistato, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, suonano spesso stonati. Ma – ricordiamo – è negli anni Ottanta che, a Palermo, venne inquadrata per la prima volta l’esistenza di Cosa Nostra come di una struttura organizzata e ramificata. Si comprese il ruolo della commissione che tutto vedeva, sapeva e ordinava. Prima di allora non esisteva questa visione nitida, si restava frastornati in una nebbia di clan. Finché fu quel metodo di lavoro, approvato nelle sentenze, a incidere nella realtà  giudiziaria e nella storia del Paese come il bisturi di un chirurgo.

Oggi, in questo novembre milanese, stessa cosa, ma trent’anni dopo. E più si analizza la situazione, più si comprende come l’inchiesta «Crimine» (così l’hanno chiamata) possa avere ben altre ambizioni. Se la «testa unica» è emersa, che può succedere? Che anche quei mondi di collusi, faccendieri, professionisti, imprenditori, riciclatori e dipendenti statali che trafficano insieme con la ‘ndrangheta (la «zona grigia»), possono rischiare molto di più di un tempo. In procura c’è «grande soddisfazione», dice Ilda Boccassini, procuratore aggiunto antimafia, anche perché «viene riconosciuto il lavoro di anni, e abbiamo la conferma della bravura di una squadra che regge sui sostituti Alessadra Dolci e Paolo Storari».

Risalta, sia dagli atti giudiziari depositati, sia dai processi in corso, una sorprendente «piena collaborazione tra i magistrati di Milano e Reggio Calabria. Siamo arrivati – continua infatti la dottoressa Boccassini – alle stesse conclusioni e con Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e i giovani colleghi giù in Calabria, che operano in territori più segnati dalle tragedie rispetto alla Lombardia, c’è un reale “idem sentire” sulle difficili indagini che abbiamo in corso.

Qualcuno, certo, ha criticato la nostra impostazione, e preferisce parlare di faide tra famiglie, di sminuire la ‘ndrangheta, che è mondiale, sino a farla diventare una questione di paese, di piccoli paesi. Ma – conclude il magistrato – anche nei piccoli paesi per noi c’è l’unicità  dell’organizzazione».

Parole di Ilda Boccassini, «allieva» di Giovanni Falcone. E, accanto alle parole, può essere utile citare la fine di un boss: si chiamava Carmelo Novella, viveva al Nord, e stufo di dover rispettare gli ordini calabresi, aveva ipotizzato, manco fosse un Umberto Bossi dei clan, una secessione.

Sonda il terreno, chiede consigli ai compari. Un pomeriggio, mentre mangia un bel panino, nel suo pacifico e ricco paese tra Milano e Pavia arrivano in due, con caschi e pistole. Novella non voleva entrare così nella storia: quei proiettili che lo uccidono contribuiscono, più di tante parole, a confermare come funziona la ‘ndrangheta.


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