Visco: i giovani esclusi dalla crescita

ROMA – Giovani e crescita, salari d’ingresso nel mondo del lavoro, istruzione e riequilibrio duraturo dei conti pubblici. Il nuovo governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel suo primo intervento pubblico dopo la nomina alla guida di Palazzo Koch, interviene sui nodi che reputa cruciali per ridare fiato all’economia e alla credibilità  del Paese.
Il primo affondo di Visco va incontro alle aspettative tradite di milioni di giovani italiani, sempre più stretti tra contratti di breve durata e retribuzioni da fame che destabilizzano l’intero sistema: «I salari di ingresso nel mercato del lavoro oggi, in termini reali, sono su livelli pari a quelli di alcuni decenni fa», dice senza mezzi termini da Catania. «I giovani che si affacciano sul mercato del lavoro – aggiunge – sembrano esclusi dai benefici della crescita del reddito occorsa negli ultimi decenni» e i loro salari sono vicini a quelli degli anni Ottanta. Dai giovani alle necessarie riforme strutturali, il passo è breve e porta allo studio, all’istruzione, agli investimenti in conoscenza, «una delle variabili chiave» per rilanciare la crescita in Italia.
Inoltre, anche in presenza di interventi pesanti, come quelli adottati dal governo Berlusconi nel corso dell’estate, il conseguente miglioramento dei conti pubblici non è tale da allontanare da solo lo spettro della crisi: «Per ottenere un riequilibrio strutturale e duraturo, è necessario che il Paese torni a crescere». Il numero uno di via Nazionale individua anche i meccanismi della nostra economia da rivedere e mettere a punto: «Il difetto di crescita italiano è in buona parte riconducibile al ritardo e alle incertezze con cui il sistema produttivo ha risposto negli ultimi venti anni alle sfide dell’innovazione tecnologica, dell’affermarsi sulla scena mondiale di nuove economie, del deciso aumento dell’integrazione europea».
E «l’ingresso nell’Unione europea», rileva Visco, «ha fatto venir meno gli effimeri guadagni derivanti dalla svalutazione nominale del cambio, ci ha imposto un maggior rigore fiscale per rispettare i patti europei». Per questo l’Italia è chiamata a recuperare il terreno perduto. «Innalzare il potenziale di crescita» dice il governatore, «richiede interventi ad ampio spettro: tra questi una riforma degli istituti dell’economia per stimolare l’attività  di impresa e l’inserimento durevole nel mondo del lavoro, soprattutto delle donne e dei giovani».
L’economia italiana va resa, quindi, «più inclusiva», devono essere eliminate «le barriere che si frappongono inutilmente all’attività  produttiva, così come le barriere che legano i destini delle persone alla loro origine familiare». Bisogna agire, insiste il neo-governatore, «per la rimozione dei vincoli, delle rendite di posizione, delle restrizioni alla concorrenza e all’attività  economica». Punti critici dove si gioca una delicatissima partita.
Ma c’è un’altra debolezza cronica dell’Italia. Ovvero «la scarsa concorrenza», che «contiene i livelli produttivi e occupazionali in molti settori, deprime la competitività  e la capacità  innovativa dell’intero sistema, frena il ricambio di un tessuto produttivo ancora troppo frammentato, impedisce ai talenti di esprimersi», cioè ai giovani di prendere il sopravvento entrando di diritto, e con retribuzioni correlate ai nostri tempi, nel mondo del lavoro.
Per cambiare registro, infine, Visco chiede «il superamento del dualismo del mercato del lavoro che può essere raggiunto attraverso una riforma organica della regolamentazione e della protezione sociale» e «assetti della contrattazione più decentrati e flessibili».


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