Carceri. L’inevitabile clemenza

A tale decreto dovrebbe seguire un disegno di legge che, sempre nell’ottica di una riduzione del numero dei detenuti, dovrebbe allargare l’ambito delle pene alternative, estendere l’utilizzo dell’affidamento in prova, procedere alla depenalizzazione di alcuni reati.
Tra le misure immediate non vi sarà  tuttavia il «braccialetto elettronico», poiché, ha soggiunto il ministro, non è stata ancora acquisita la certezza del suo funzionamento e la ragionevolezza dei suoi costi.
In linea di principio questo programma è condivisibile. Appare giusto utilizzare, quando non vi siano controindicazioni, gli arresti domiciliari quale alternativa al carcere nel periodo finale dell’esecuzione penale; è condivisibile pensare ad uno sfoltimento dei reati con la depenalizzazione degli illeciti di minore allarme sociale; è sacrosanto ipotizzare una vasta gamma di pene alternative (gli stessi arresti domiciliari utilizzati quale pena irrogabile in luogo della reclusione, il lavoro a favore della collettività , le interdizioni da un’attività  o da una professione, un complesso articolato di pene pecuniarie proporzionate alla capacità  economica del reo).
Appare, d’altronde, altrettanto ragionevole una pausa di riflessione nei confronti del cosiddetto «braccialetto». Esso, introdotto da tempo fra gli strumenti ai quali affidare l’esecuzione della pena, non ha, fino ad ora, dato i frutti sperati. Il suo impiego è risultato costoso e soprattutto poco affidabile (diversi milioni pagati per circa 400/450 braccialetti di tecnologia obsoleta e quindi poco efficienti). Di qui, pertanto, l’opportunità  di valutare se e come proseguire nell’esperienza, tanto più che la convenzione stipulata a suo tempo fra ministero dell’Interno e Telecom per la gestione di tale partita è in scadenza, e si presenta, di conseguenza, una rilevante opportunità  per risparmiare.
In linea di principio, pertanto, nulla da obbiettare al ministro: la linea imboccata va, sicuramente, nella direzione giusta. Ho, soltanto, un dubbio. La popolazione carceraria assomma, oggi, a 67.000 detenuti a fronte di 45.000 posti/carcere regolamentari. L’affollamento è, di conseguenza, assolutamente inaccettabile. Non a caso nelle carceri si è verificato, negli ultimi anni, un numero impressionante di suicidi e di tentativi di suicidio; di recente vi sono state violenze e sommosse destinate verosimilmente ad aumentare. Un intervento forte, in grado di rimediare ad una situazione non più sostenibile, sembrerebbe quindi indispensabile e urgente.
Ed allora mi domando: che effetto avrà  assicurare, con il previsto decreto-legge, la scarcerazione di 3000/3500 detenuti? Sarà  un bene per i poco più di tremila fortunati che lasceranno il carcere. Ma per i restanti 63.000/64.000 che resteranno reclusi cambierà  qualcosa? Mi domando, ancora: quale incidenza potranno avere, sulla sopra menzionata situazione d’insostenibile affollamento, gli ulteriori provvedimenti che il ministro pensa d’inserire nel successivo disegno di legge programmato?
Come ho già  detto, sul terreno della politica-criminale in materia di pena e di esecuzione penale le misure complessivamente ipotizzate vanno sicuramente nella direzione giusta. Con il tempo l’insieme di tali misure, unitamente alla costruzione di nuovi istituti carcerari predisposta dai precedenti Guardasigilli, potrà  determinare una situazione caratterizzata da un rapporto più ragionevole fra numero di detenuti e numero di posti/carcere disponibili. Ma l’urgenza, oggi, è un’altra. Per ristabilire un minimo di umanità  e di decenza nelle prigioni occorrerebbe ridurre entro pochi mesi, forse poche settimane, di quantomeno ulteriori 15.000 unità  la popolazione carceraria.
Ho letto che il ministro, nel tracciare il quadro delle cose fattibili in materia di giustizia da un governo tecnico destinato a durare poco più di un anno ed a convivere con una situazione politica difficile, ha dichiarato che avrebbe fatto soltanto proposte in grado di unire, mentre avrebbe scartato ogni iniziativa destinata a dividere.
In questa prospettiva, facendo specifico riferimento al contesto carcerario, ha escluso che per risolvere la situazione avrebbe fatto, mai, ricorso ad istituti quali l’amnistia e l’indulto, attorno ai quali si sarebbe, a suo dire, inevitabilmente scatenata una bagarre.
E se, per caso, la situazione nelle carceri dovesse diventare ingestibile? E se l’unico modo per ristabilire in qualche modo ordine e vivibilità  fosse, proprio, il ricorso agli istituti di clemenza? Continuerebbe, il ministro, a chiudere ogni prospettiva a tale, a quel punto forse inevitabile, tipo di intervento?


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