Dietro le vetrine, la povertà 

«In Siria stiamo costruendo una nuova economia di mercato, stiamo attuando una politica fiscale equilibrata e una politica monetaria funzionante per affrontare le sfide della globalizzazione». L’ex vice premier siriano e alfiere del liberismo economico, Abdallad Dardari, aveva le idee chiare quando nell’ottobre di tre anni fa si rivolse a una folta platea di imprenditori italiani interessati a investire nel suo paese. La Siria già  da qualche anno, sotto la sua guida, aveva abbandonato il (blando) socialismo baathista per abbracciare l’economia di mercato. «In Siria il clima per gli investimenti è cambiato, potete portare qualsiasi tipo di costituzione aziendale», dichiarò Dardari per ingolosire la platea. «I cambiamenti fiscali lo permettono – aggiunse – sono fatti proprio per incoraggiare gli investimenti». 
Oggi Abdallah Dardari siede comodamente in un ufficio delle Nazioni Unite, ha preso le distanze dal presidente Bashar Assad e in giro sostiene di essere stato uno dei primi «rivoluzionari». Si definisce un «islamista moderato» con solide radici nella città  vecchia di Damasco. Ma in Siria tutti sanno che proprio lui ha incarnato il programma di riforme economiche (non accompagnato dal rinnovamento politico) tanto caro ad Assad. Programma che si è rivelato un boomerang perché ha contribuito a incrinare i pilastri del consenso al regime. Se in passato le politiche socialiste – tolta la quota destinata alla corruzione e agli apparati del partito Baath – garantivano redditi minimi accettabili, invece la rapida trasformazione dell’economia attuata da Dardari ha spinto larghi strati della popolazione verso la miseria. 
Sotto la gestione di Dardari una serie di provvedimenti hanno ridotto i dazi doganali su prodotti e servizi, e consentito l’importazione di merci prima vietate. Nel 2008 rimanevano solo 174 dei circa 20 mila prodotti elencati appena due anni prima nella «black list». Tra il 2005 e il 2010 i tassi di crescita hanno oscillato tra il 5 e il 7%. Per chi aveva conosciuto la Siria negli anni Ottanta e Novanta, entrando nei negozi colmi di merci o ammirando gli hotel spuntati come i funghi sembrava di visitare un altro paese. Ma le vetrine colorate e gli immensi cartelloni pubblicitari nascondevano la povertà  crescente, i salari divorati dall’inflazione e l’isolamento delle zone rurali. «La Siria non è più quella degli anni ’90, è tutto cambiato, tranne il popolo», spiegò ancora Dardari quel giorno di ottobre agli impreditori italiani. E invece anche il popolo siriano stava cambiando, sotto l’affanno di dover cercare un secondo lavoro per compensare la perdita di potere d’acquisto del primo, mentre il liberismo arricchiva il cugino del presidente, Rami Makhlouf, che in pochi anni ha messo insieme un impero economico. 
«Il piano che ha trasformato l’economia siriana si è lasciato tanti (cadaveri) alle spalle, specialmente la popolazione delle campagne. Privati della sicurezza economica, i contadini hanno avuto poco da perdere. Lo Stato che li proteggeva si è trasformato nel loro nemico», ha scritto l’analista Ghadi Francis sul quotidiano al Akhbar, provando a spiegare il perché dell’intensità  delle proteste in centri rurali come Daraa, Dariya, al-Moadamiya, Doma, Harasta, al-Tell, Saqba, al-Rastan, Talbisa. Proteste che una volta divampate, aggiungiamo noi, hanno offerto un’occasione d’oro agli attori regionali ed internazionali interessati ad assestare un colpo decisivo al regime siriano e alla sua alleanza con Tehran.
Secondo Ghadi Francis la malattia economica era ormai tale da spingere gli abitanti di questi centri a rischiare la morte pur di sfidare il regime. I ricchi diventavano ancora più ricchi mentre i deboli sprofondavano nella miseria. Assad e il suo vice premier per gli affari economici Dardari sono stati dei folli a credere che i siriani, già  detentori di pochi diritti politici, sarebbero rimasti in silenzio mentre il sistema economico neoliberale devastava i settori dell’agricoltura e dell’industria che impiegano una fetta significativa della forza lavoro del paese. 
A segnalare l’insostenibilità  della situazione erano stati già  nel giugno 2010 i due partiti comunisti siriani, presenti all’interno del Fronte patriottico nazionale insieme al Baath. Il Partito comunista (Feisal) con un documento aveva messo in guardia dalla progressiva rinuncia a un forte ruolo statale in settori chiave dell’economia. Aveva criticato in particolare il processo di destatalizzazione dell’energia elettrica, che avrebbe portato all’aumento delle tariffe con pesanti ricadute sulla popolazione, e la riforma nel campo delle risorse idriche che avrebbe colpito ulteriormente i contadini già  alle prese con la siccità . 
L’altro Partito comunista (Baghdash) aveva denunciato il precipitare di settori importanti del partito Baath verso logiche puramente di mercato, e chiesto la salvaguardia del potere d’acquisto dei salari dei lavoratori siriani e di fermare la privatizzazione di settori strategici dell’economia nazionale. Dardari e Assad però guardavano altrove, sognavano una Siria più vicina all’Occidente e alleata allo stesso tempo con l’Iran, mantenendo il sistema politico intatto. La Primavera di Damasco vagheggiata dal presidente siriano nel 2000 si è trasformata nella (quasi) guerra civile del 2011, con il paese che rischia di precipitare nella frattura sempre più larga tra sunniti e alawiti, tra maggioranza e minoranze, e di finire sotto il controllo di potenze straniere che a cuore non hanno certo la libertà  dei siriani.


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