Egitto. La rivolta delle donne

E quando lei si era rifiutata di confessare le sue presunte colpe, l’avevano obbligata a sottoporsi a un test di verginitaÌ€. Per Samira Ibrahim Mohammed ieri eÌ€ arrivato il momento della vittoria. A comunicargliela eÌ€ stato Aly Fekry, giudice a capo della corte amministrativa del Cairo che ha annunciato che «non ci saranno piuÌ€ test di verginitaÌ€ per le donne che verranno arrestate». «Quello che eÌ€ successo a me eÌ€ accaduto a centinaia di donne egiziane» aveva detto Samira in un’intervista circolata su YouTube nella quale raccontava per filo e per segno le violenze subite. «In molti mi hanno suggerito di ritirare la denuncia che avevo presentato contro le forze dell’ordine. E ho ricevuto telefonate anonime e minacce. Mi hanno detto che la mia vita sarebbe stata un inferno, ma io sono voluta andare fino in fondo» spiegava nel video la venticinquenne. La vittoria di Samira arriva due giorni dopo il rilascio di Alaa Abdel Fattah, il blogger attivista che era stato arrestato il 30 ottobre scorso dai militari con l’accusa di aver istigato la violenza di Maspero, dove il 9 ottobre venticinque egiziani avevano perso la vita nel corso di durissimi scontri. L’esercito eÌ€ accusato da molti di essere il responsabile delle violenze, ma i militari hanno cercato di scaricare la colpa su attivisti che, come Alaa, quella notte hanno girato per il Cairo alla ricerca del ghiaccio necessario per conservare i cadaveri. L’obiettivo di Alaa era chiaro: convincere i familiari delle vittime a chiedere l’autopsia sulla salma dei loro cari per fare luce sui veri responsabili della mattanza. E dopo la sentenza sul caso Samira e la scarcerazione di Alaa, oggi i giudici cairoti riprendono il processo nei confronti del deposto presidente Hosni Mubarak e dei suoi due figli, Gamal e Alaa. Dopo tre mesi di assenza dal tribunale, gli imputati saranno accompagnati in aula da venti auto blindate e trenta veicoli militari. Per difendere il suo assistito, lunediÌ€ l’avvocato Yasser Abd El-Razeq ha dichiarato che i violenti scontri di piazza delle scorse settimane provano l’innocenza del vecchio raiÌ€s, visto che le armi con le quali sono stati uccisi i manifestanti in questi ultimi scontri sono le stesse utilizzate contro gli attivisti scesi in strada a gennaio. Secondo El-Razeq, questa sarebbe la prova di una cospirazione portata avanti da fazioni islamiste che hanno relazioni con i libanesi di Hezbollah, i palestinesi di Hamas e i Fratelli Musulmani egiziani che lo scorso gennaio avrebbero rubato armi della polizia per sparare sui manifestanti facendo ricadere la colpa sul vecchio regime. A parlare di un’altra teoria cospirativa sono proprio i Fratelli Musulmani, che puntano il dito contro tre membri del movimento dei socialisti rivoluzionari, accusati di istigare i manifestanti scesi ultimamente a piazza Tahrir a occupare e bruciare gli edifici che ospitano le sedi del governo egiziano, rischiando di far crollare il Paese nel caos piuÌ€ totale. E per uscire dal muro contro muro tra militari e manifestanti sono intervenuti anche Alaa al Aswani, intellettuale ed autore del best seller “Palazzo Yacoubian”, e Georges Ishaq, fondatore di Kifaya, il movimento che giaÌ€ dal 2004 aveva organizzato manifestazioni contro il regime di Mubarak. I due sono tra i firmatari di una petizione con la quale si chiede all’esercito di anticipare le elezioni presidenziali previste a giugno per porre fine al periodo di transizione gestito dai militari e trasferire il potere a istituzioni civili. La data proposta eÌ€ il 25 gennaio 2012, primo anniversario della rivoluzione.


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