Euro, la minaccia degli speculatori

MILANO — I venti giorni per salvare l’euro si sono appena conclusi ma Mario Monti, venerdì a Bruxelles, ha riconosciuto che il verdetto resta aperto. «Non so se la moneta sia al sicuro — ha riconosciuto il premier —. Non so neppure se esista qualcuno che lo sappia». Il rischio, per molti, è che a questi venti giorni ne seguiranno altri venti in cui l’euro potrebbe tradire la propria fragilità . Il calendario fino a fine anno non lascia in effetti molto spazio per tirare il fiato. Vero, quasi tutti i leader europei hanno liquidato come fuori luogo l’ultimo monito di Standard & Poor’s; ma nessuno può permettersi di ignorarlo: solo lunedì scorso l’agenzia di rating aveva avvertito che avrebbe deciso se declassare i governi dell’area euro in base agli annunci di questi giorni. «Pensiamo di concludere l’analisi appena possibile dopo il vertice di Bruxelles», aveva detto S&P’s. Ora ci siamo. Di un ruolo più attivo della Banca centrale europea nella crisi, indicato da S&P’s come un sostegno al rating, non c’è traccia. I declassamenti della Germania, dell’Italia e quello (doppio) della Francia potrebbero arrivare entro il prossimo week end. È questo lo scenario che ieri ha spinto il Financial Times ha parlare del rischio che «prima di Natale il debito di un Paese periferico finisca sotto attacco». Come per inciso il quotidiano di Londra nota anche che i rendimenti dei Btp decennali, al 6,32%, «sono ai livelli più alti della storia della zona euro fino a un mese fa». Nel 2011 il saldo di bilancio italiano al netto degli interessi, la base di ogni risanamento, sarà  in attivo di circa l’1% del Pil; quello britannico resta in rosso del 6,3%. Il debito estero in Italia è di 32.800 euro per abitante; in Gran Bretagna viaggia quattro volte più alto a 117.500, il che espone tutti i limiti della scelta della Bank of England di continuare a creare moneta, svalutandola, per finanziare i deficit: una caduta della sterlina può mettere in fuga gli investitori esteri e aprire di colpo una crisi di bilancia dei pagamenti. Ma, per ora almeno, a queste sfumature il mercato resterà  probabilmente daltonico. Come S&P’s, molti sui mercati dubitano della coerenza nel sistema di governo dell’euro e della capacità  dell’Italia di tornare a crescere. E tutti hanno fatto i conti: nei prossimi cento giorni si aprirà  una corsa ai rifinanziamenti — solo per l’Italia vale 165 miliardi — ma nessuna rete di sicurezza operativa è emersa dai quattro vertici europei degli ultimi cinque mesi. Dovessero arrivare, i declassamenti di S&P’s su Francia e Germania renderebbero ancora più precario l’Efsf, il solo fondo salvataggi che per ora esiste. Di qui la delicatezza dei prossimi passaggi. Dopo aver omesso (per una volta) le stime preliminari, il 21 dicembre l’Istat comunicherà  i dati di crescita — o contrazione — dell’economia italiana fra luglio e settembre. Lo stesso giorno la Bce terrà  un’asta di liquidità  illimitata a tre anni, accettando in garanzia titoli di qualità  peggiore del solito in modo da aprirsi a un maggior numero di banche. La Banca d’Italia e gli altri istituti nazionali potranno poi allargare ancor più il catalogo delle garanzie per far accedere anche molte banche piccole e medie. In poche ore, il 21 dicembre, il sistema creditizio europeo potrebbe aspirare dalla Bce oltre mille miliardi: è esattamente la funzione di prestatore di ultima istanza che l’Eurotower rifiuta di svolgere per i governi. Ma venerdì a Bruxelles Nicolas Sarkozy ha fatto sapere che questa può essere una svolta anche per i debiti sovrani: il leader francese chiede che le banche private, come in Giappone, siano spinte dalle autorità  a comprare titoli di Stato. In Italia la vigilanza spetta al governatore Ignazio Visco, che giovedì ha auspicato più sostegno all’economia: «Saremo attenti a dove andrà  la liquidità  delle banche». Oggi che gli Stati le aiutano a restare aperte, chiedere un piccolo favore in cambio può rivelarsi una tentazione irresistibile. Federico Fubini


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