Immigrati, un giorno davanti alla scuola

Nel 2065 gli immigrati saranno il 25% così ci dice lo studio demografico dell’Istat. Ogni lettore che ha incamerato questa notizia, sembra si debba chiedere: È una notizia buona? È una notizia cattiva? Sembra che in sintonia con il suo grado di civiltà , ognuno sappia darsi una risposta. E invece sono le domande che non funzionano, a prescindere dalla risposta. Siamo dovremmo essere più avanti. Anzi: siamo più avanti, senza saperlo ancora bene (o averlo accettato). Non sto parlando della politica dell’immigrazione: in quella siamo indietro anni luce ma non c’è da scandalizzarsi troppo: la politica dell’immigrazione è immobile e vetusta come la quasi totalità  delle scelte politiche italiane. Ma guardiamo un po’ alla realtà : le nostre scuole sono il luogo giusto per guardare al futuro che è già  presente, per comprendere che ciò che costituisce una delle grandi questioni in Europa negli ultimi decenni, in realtà  è già  un dato di fatto. Basta mettersi davanti all’uscita, e si assiste all’integrazione già  avvenuta. Se poi l’integrazione è fatta anche di insulti, prese in giro, e razzismi sotterranei, questo fa parte del cammino. Pian piano, diminuiranno. Gli insulti tra compagni di scuola, se sei basso o hai l’accento diverso o hai i brufoli o la pella nera o vestiti fuori moda, ci stanno. Sono errori, ma ci stanno. Fanno parte della spietatezza dei bambini e degli adolescenti che però attraverso quella spietatezza imparano ad accettare il mondo. Imparano la diversità  individuale attraverso il conformismo, imparano ad accettare gli altri (e se stessi) attraverso un pregiudizio facile ma il pregiudizio facile è facile anche da disinnescare. Quindi, il risultato concreto della realtà  italiana è quello solito: la politica dell’immigrazione deve inseguire un avvenimento già  costitutivo e la speranza è che non sia ancora così nel 2065, quando un cittadino su quattro sarà  straniero, e le leggi lo penalizzeranno ancora. La politica dell’immigrazione tenterà  ancora di respingere il dato acquisito, la convivenza già  in atto, la partecipazione economica e sociale di chi non è nato qui? In più, c’è la questione ancora più evidente di chi è nato qui ma non è considerato italiano: perfino il Presidente della Repubblica è dovuto intervenire per esasperazione, contro l’illogicità  dei fatti. Ma l’illogicità  dei fatti racconta allo stesso tempo la distanza tra la teoria e la realtà  dell’immigrazione in questo paese.
Da una parte, quindi, l’immigrazione è un avvenimento in fase di continua evoluzione, certo, ma nella sostanza già  digerito dal sistema, grazie alle seconde e alle terze generazioni. Da un’altra parte, la storia insegna che ciò che sta avvenendo in Europa in questi anni è sempre avvenuto, riguarda gli italiani direttamente sia quando accolgono sia quando sono accolti. Le migrazioni nelle Americhe, le migrazioni in cerca di lavoro dal Sud tutte cose che ripetiamo come una cantilena, perché le sappiamo. E allora perché le ripetiamo?
Perché accanto a un sistema che è già  in atto, e che porterà  tra cinquant’anni a una proporzione tra italiani e stranieri (diciamo così) impossibile da dipanare (finalmente), i freni che si vedono sono più violenti, insensati, evidenti. Questo paese non è razzista. Ma all’interno di questo paese, i razzisti sono sempre più feroci, perché sentono che stanno perdendo. L’Italia non è quella che vuole far credere la Lega, e non lo è soprattutto nei luoghi dove la Lega prospera. Ma proprio per questo motivo, cresce la violenza teorica contro l’immigrazione.
Tutto questo ha un fatto di cronaca esemplare. Se ci si ferma davanti a una scuola, all’uscita degli alunni, si vede un paese. Se però si guarda ai fatti di cronaca, il paese è un altro. Ed è quello che, per forza di cose, bisogna ancora usare come fermo immagine esemplare anche se non lo è più, non può esserlo più.
“Due morti, Samb Modou e Diop Mor, tre feriti gravi, tutti senegalesi: è questo il bilancio del pomeriggio di sangue a Firenze scatenato da Gianluca Casseri”


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