Iraq, governo nel caos dopo l’addio degli Usa

Due giorni dopo aver riconsegnato al governo iracheno le chiavi di casa, gli Stati Uniti hanno espresso ieri «viva preoccupazione» per la miccia accesa nella polveriera dall’ordine di arresto del vicepresidente Tareq Al Hashemi, sunnita, accusato di avere ordito attività  terroristiche. 
La tregua tra sciiti, sunniti e curdi vacilla, e il governo di unità  nazionale nato un anno fa per riprendere in consegna il Paese è sull’orlo del baratro. Nei giorni scorsi il premier sciita Nouri Al Maliki ha chiesto ai deputati di sfiduciare il suo vice, il sunnita Saleh Al Mutlaq, che lo accusa di essere «un dittatore peggiore di Saddam». Il blocco sunnita Iraqiya ha replicato annunciando la decisione di «boicottare le riunioni di governo». Ora, con l’ordine di arresto per Al Hashemi, lo scontro tra la coalizione sciita di Al Maliki e quella sunnita del suo rivale Iyad Allawi – che controlla 9 ministeri e 82 seggi sui 325 dell’intero parlamento – ha percorso un drammatico balzo in avanti. 
Il vicepresidente, che si definisce vittima di una montatura, è accusato di avere progettato un colpo di Stato con l’assassinio del premier e l’assalto al Parlamento. Le sue guardie del corpo, arrestate nei giorni scorsi, in una plateale confessione resa davanti alle telecamere tv lo hanno indicato come mandante di attentati. Al Hashemi dice di essere «pronto ad affrontare un processo» a patto che a ospitarlo sia il Kurdistan iracheno, più imparziale, e che avvenga sotto il controllo della Lega Araba. Ma il presidente del Kurdistan, Masoud Barzani, il grande mediatore del governo di unità  nazionale, avverte: «La situazione sta scivolando in una grave crisi». Con la tensione alle stelle, lo stesso Al Maliki è dovuto intervenire per gettare acqua sul fuoco chiedendo «una conferenza dei leader per trovare una soluzione». E mentre il presidente del Parlamento, Osama al-Nujaifi, invoca «una conferenza nazionale», l’ambasciatore Usa a Bagdad ha avviato colloqui.


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