La Cina disposta a un accordo Ma se ne riparla nel 2020

DURBAN. Superato ormai il giro di boa dei tavoli tecnici il Vertice sul clima di Durban si avvia alla chiusura, prevista per domani. Da martedì scorso al Conference center di Durban si è entrati in quello che definiscono l’High Level Segment: l’ultima fase delle negoziazioni. Quella di alto livello appunto, durante la quale alle equipe di negoziatori si uniscono le rappresentanze dei governi che da due giorni stanno giungendo nella città  sudafricana.
Rispetto a due anni fa, a Copenaghen, quando a presenziare alla 15ma Cop c’erano quasi tutti i presidenti, potenze mondiali comprese, Obama era appena stato eletto e i messaggi di avvio ripetevano che quella climatica era la più grande minaccia da affrontare, qui a Durban i governi paiono aver dimenticato che se di emergenza si trattava, l’urgenza di affrontarla è ormai non rimandabile. Ad arrivare in questo angolo di Africa per prendere parte ai lavori sono infatti questa volta solo 130 ministri (su quasi 200 nazioni presenti) e appena 12 capi di stato, non proprio dotati di capacità  di incidenza sugli equilibri mondiali: Repubblica Centrafricana, Etiopia, Gabon, Congo, Senegal, Nauru, Honduras, Samoa, Monaco, Fiji e Norvegia, unico capo di stato del vecchio continente. Per le grandi potenze, da qui è chiaro, non è dunque prioritaria l’assunzione di responsabilità  e di concrete misure per fronteggiare una crisi che causa oltre 300 mila morti ogni anno e che fino ad ora ha prodotto 50 milioni di profughi climatici. Crisi, lo dice la comunità  scientifica, che se non affrontata può condannarci in breve tempo a uno scenario ben più tragico di quello che già  oggi ci regalano gli incalcolabili disastri cui assistiamo in tutto il mondo, dall’Europa ai tropici. È per questo che da dieci giorni i rappresentanti delle organizzazioni sociali e dei movimenti presenti a Durban , pur con i modesti numeri presenti, denunciano un atteggiamento che considerano scandaloso e irresponsabile e ripetono che il caos climatico esige risposte immediate. Lunedì scorso lo stesso Nicolas Stern, autore del famoso rapporto sull’economia dei cambiamenti climatici, ha convocato una conferenza stampa avvertendo che nei prossimi 40 anni dobbiamo ridurre le emissioni dal livello attuale di 50mila milioni di tonnellate annuali a meno di 20mila milioni, per avere la possibilità  di mantenere l’aumento di temperatura entro i 2 gradi.
Nel frattempo le emissioni continuano a crescere. Solo nel 2010, anno record, sono cresciute di un 5,9% rispetto al 2009. Nell’ultima decade, la crescita è del 3% medio annuale, contro l’1% degli anni ’90.
Molti delegati ai microfoni della Cop parlano del 2020 come data limite per nuovi accordi. È il caso della Cina che, unica debole novità  rispetto alle previsioni, si è detta disposta ad un accordo vincolante a partire dall’inizio del prossimo decennio. Cioè tra nove anni. Una enormità  e una amenità , considerato che per la scienza se entro il 2015 non tagliamo consistentemente le emissioni saremo giunti ormai al punto di non ritorno.
Ieri, nello spazio dei popoli dell’università  , si è parlato di due questioni centrali “connesse” nel dibattito sulle emissioni: il massiccio utilizzo di combustibili fossili e lanecessità  di immaginare un futuro post-carbon. La rete internazionale Oilwatch, che monitora l’estrazione petrolifera in tutti i continenti, ha diffuso una dichiarazione in cui mette assieme i pezzi di un ragionamento che ha eco e gambe in molte regioni del mondo. L’attuale agenda energetica, sostiene, continua a porre freni allo sviluppo delle energe pulite, decentralizzate e di basso impatto; sacrifica la produzione di cibo alla produzione di agrocombustibili; costruisce immense dighe distruggendo bacini idrici per i profitti delle società  elettriche; propone il ritorno al nucleare; giustifica campagne militari nei luoghi di giacimento degli idrocarburi. Ma abbiamo opportunità  migliori. Abbiamo bisogno di pratiche, tecnologie e attività  per ricostruire una interconnessione armonica tra sovranità  energetica e alimentare, permettendoci il salto necessario per lo sviluppo di forze produttive costruttive che riportino le attività  umane entro i limiti fisici ed ecologici del pianeta. Questa la ricetta. L’unica possibile. L’augurio è che i cuochi non sbaglino menù, o potrebbe trattarsi per tutti dell’ultima cena.
* Ass. A Sud. / www.asud.net

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BRASILE Il Senato vara una legge che incoraggia la deforestazione

Con 57 voti favorevoli e 7 contrari, il Senato brasiliano ha approvato un insieme di norme che di fatto concederebbe amnistie ai responsabili della distruzione di vaste aree della foresta pluviale. Le organizzazioni ambientaliste fanno appello alla presidente Dilma Roussef affinché non promulghi la legge, che qualora entrasse in vigore eviterebbe agli agricoltori il pagamento delle multe per la deforestazione illegale effettuata prima del 2008, a patto che si impegnino a recuperare le aree distrutte. Impegno non richiesto ai piccoli proprietari terrieri, che possiedono fino a 400 ettari. Il disegno di legge riduce anche la fascia di vegetazione originaria da preservare sulle rive dei fiumi, aumentando il rischio di disastri naturali. Inoltre riduce l’area di foresta pluviale messa a riserva obbligatoria, dall’80% al 50%, in quegli Stati in cui le riserve e le terre dei popoli indigeni coprano più del 65% del territorio.


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È ufficiale: Fukushima come Chernobyl

La centrale di Fukushima

 L’Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone ha alzato da 5 a 7 il livello di gravità  della crisi nell’impianto nucleare di Fukushima Daiichi, che è ora lo stesso di quello del disastro di Chernobyl del 1986. Fukushima è l’impianto che più ha subito le conseguenze del terremoto, e soprattutto del successivo tsunami, dell’11 marzo scorso.

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