La lotta dei migranti che smistano le merci al magazzino Esselunga

Quando vai a fare la spesa all’Esselunga ti danno un film in regalo. Grazie, dici. Poi, se hai la sventura di guardarlo, ritiri il ringraziamento. È un penoso lungo spot, girato da Giuseppe Tornatore, che vorrebbe mettere in scena la meraviglia di un ragazzino nel supermercato, la sua scoperta di mirabolanti mondi dietro le merci. Lo spettacolo della merce, insomma, celebrato tra gli scaffali di padron Caprotti. Allora non ti resta che andare agli scaffali della tua libreria, tirar giù un Marx d’annata, e accettare il suo invito a seguire il possessore di denaro e di forza-lavoro nel «segreto laboratorio della produzione», dove si vedrà  «non solo come produce il capitale, ma anche come lo si produce». E arrivi a Pioltello. Ai capannoni dei magazzini dell’Esselunga. Dove scopri chi quelle merci le smista, tutto il giorno. Sono tutti immigrati, delle più varie nazionalità , dal Sudamerica all’Asia, dall’Africa all’Europa dell’est. E smistare le merci significa caricarle sui camion, in fretta, sempre più in fretta, senza respiro: 240 colli – ciascuno dei quali può essere di 25 chili – in un’ora. E poi minacce, discriminazioni, un vero e proprio lavoro a chiamata, con i lavoratori scelti direttamente sul posto di lavoro, anche per doppi turni, invece per distribuire il carico. Un’organizzazione del lavoro scientificamente costruita per controllare la forza-lavoro in maniera ferrea. I primi delegati del S.I. Cobas sono stati licenziati con motivi pretestuosi. E dopo la lotta – una settimana di sciopero a oltranza, e poi un presidio permanente con picchettaggio, fino agli scontri con un manipolo di crumiri mandati dalla ditta – sono arrivate altre sospensioni dal lavoro.
La piattaforma di rivendicazioni è del resto chiara e concisa: chiede, subito dopo il ritiro dei licenziamenti per i 22 lavoratori, il rispetto della «dignità  degli operai». Par d’essere tornati all’epoca dei padroni delle ferriere, nella Manchester ottocentesca, quando tocca rivendicare il diritto a non essere maltrattati. Oltre a questo, si chiede l’indennità  sostitutiva mensa, il rispetto del contratto e della legge quanto ai tempi e carichi di lavoro.
Ma da parte dell’Esselunga, si risponde solo col silenzio. La controparte diretta dei Cobas è infatti il consorzio Safra, che gestisce il lavoro nei capannoni per conto di Esselunga. Come sempre, sono le cooperative che fanno il lavoro sporco, nell’ormai classica esternalizzazione del lavoro che scarica sui gradini più bassi il rischio d’impresa. È a Safra dunque che Esselunga ha deciso di scaricare – così come la gestione del lavoro – anche le trattative con i lavoratori. Del resto l’impressione è che Esselunga, in questa irremovibilità , sia l’avanguardia di tutta la rete della grande distribuzione che vuole fermare il contagio delle lotte, che sono riuscite in questi ultimi due anni a strappare condizioni migliori di lavoro in molti luoghi. I magazzini Bennet a Origgio e Turate, prima, con pieno adeguamento salariale e contributivo, e la sindacalizzazione finalmente riconosciuta. Poi Brembio, in provincia di Lodi, e Cerro al Lambro, in provincia di Milano. Infine la Tnt di Piacenza, dove è nata la prima sede del S.I. Cobas gestita totalmente da immigrati, e la Sda di Carpiano. Sabato scorso c’è stato un corteo di più di mille persone, con la presenza dei lavoratori delle altre cooperative che lavorano per Esselunga ma anche di delegazioni di altre fabbriche in lotta, come la Jabil, dove trecento lavoratori rischiano la disoccupazione. Una bella manifestazione di solidarietà  operaia. «La migliore delle risposte possibili» hanno detto i 22 licenziati. Ma la lotta continua. Venerdì prossimo ci sarà  un altro sciopero, in una fase molto importante della trattativa. Alle 21, davanti ai cancelli dell’Esselunga di Pioltello.


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