La mossa anti-cinese di Hillary

PECHINO. Era la prima volta che un segretario di Stato americano metteva piede sul suolo birmano dal 1955, quando l’ultrà  anti-comunista John Foster Dulles fu spedito a Rangoon per provare a «fermare l’avanzata del socialismo» che dalla Repubblica popolare di Mao e dalla Corea del nord di Kim Il Sung «minacciava» il Sud-est asiatico. Ieri nella retorica di Hillary Clinton, il capo della diplomazia dell’amministrazione Obama, invece di un nemico da combattere c’erano i diritti umani e la democrazia da promuovere. Ma molti analisti hanno letto la visita ufficiale di Clinton soprattutto come un’altra mossa degli Usa per contrastare l’influenza della Cina sui suoi vicini.
Prima di cenare assieme ad Aung San Suu Kyi – nello stesso appartamento di Rangoon in cui la leader della Lega nazionale per la democrazia (Nld) ha trascorso la maggior parte della sua ventennale prigionia – Clinton ha incontrato a Naypyidaw il capo dello Stato, Thein Sein. «Il presidente Obama ed io siamo incoraggiati dai passi avanti fatti da lei e dal suo governo per il vostro popolo», ha detto Clinton all’ex generale di una delle giunte che, dal 1962, hanno retto il paese col pugno di ferro e artefice delle elezioni-farsa di un anno fa che hanno dato vita a un «governo civile». Per questo, ha aggiunto Clinton, stiamo discutendo della possibilità  di «potenziare le relazioni diplomatiche e scambiarci gli ambasciatori».
Dopo la brutale repressione delle manifestazioni studentesche del 1988 e la sospensione del voto del 1990 (che sarebbe stato vinto dalla Nld) gli Usa avevano ridotto ai minimi termini i rapporti bilaterali. Poi sono arrivate le elezioni del 7 novembre 2010, la liberazione di San Suu Kyi e di oltre 200 prigionieri politici (secondo gli attivisti per i diritti umani ne restano dietro le sbarre tra 500 e 1600), l’annuncio di nuove elezioni (in data da destinarsi) alle quali, ha ribadito ieri il premio Nobel per la pace San Suu Kyi, «quando si terranno, parteciperò sicuramente», l’allentamento della censura sui media.
Secondo Clinton «non siamo ancora giunti al punto in cui possiamo considerare di rimuovere le sanzioni» contro il regime birmano. Le resistenze più forti Obama le ha nel parlamento, ma ieri la stessa San Suu Kyi – studi tra Oxford e New York e sostenuta da tanti congressmen – si è augurata un maggior impegno statunitense nei confronti della leadership birmana. Ha invitato insomma Washington a fidarsi di quella parte di generali che sarebbero pronti a garantire una transizione alla democrazia sotto l’egida statunitense.
E subito prima di arrivare in Birmania, durante una conferenza di donatori, Clinton aveva avvertito, con evidente riferimento alla Cina: «State attenti a quei donatori più interessati a estrarre le vostre risorse che a sviluppare i vostri talenti. Alcuni finanziamenti possono aiutare a riempire buchi di bilancio, ma queste soluzioni tampone non produrranno risultati duraturi».
Nel settembre scorso il governo birmano aveva bloccato la costruzione di una diga sul fiume Irrawaddy, un grosso investimento cinese per produrre energia sia per la Cina che per la Birmania. I rapporti tra la seconda economia del mondo e la Birmania (60 milioni di abitanti, tra i più poveri dell’Asia) sono tuttora saldissimi. L’interscambio commerciale nel 2010 è salito a 4,4 miliardi di dollari dai 2,9 miliardi del 2009 e quest’anno dovrebbe aumentare ulteriormente e la Repubblica popolare ha promesso più aiuti militari allo Stato confinante.
Per ora di fronte alle avance Usa il governo cinese fa buon viso a cattivo gioco. Ieri soltanto il governativo e populista Global times si sbilanciava: «La Cina non fa resistenza se la Birmania vuole migliorare i rapporti con l’occidente, ma non accetterà  che vengano calpestati i suoi interessi». Ma come reagirebbe se anche la Birmania andasse ad aggiungersi a quella lista sempre più lunga di paesi (Vietnam, Filippine, Australia, Singapore…) che stanno scegliendo di giocare spregiudicatamente su due tavoli, favorendo da un lato la penetrazione politica e militare Usa nel Sud-est asiatico e, dall’altro, traendo vantaggi dalla crescente potenza economica cinese?


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