L’AUTARCHIA DELL’ANGLOSFERA

ÈLA dimostrazione eclatante di un fatto incontrovertibile e fondamentale della politica estera britannica dall’inizio del dopoguerra: Londra, per quanto ci provi, proprio non crede nel progetto europeo. La reazione di Winston Churchill poco dopo la fine della guerra, che dava il benvenuto a un’integrazione maggiore fra i Paesi europei ma sottolineava che la Gran Bretagna non vi avrebbe preso parte, si fa ancora sentire, specialmente nell’ala destra del Partito conservatore. Negli anni 50, i successori di Churchill si mostrarono un po’ più disponibili verso l’Unione Europea, perché una nuova generazione di tories la vedeva come un baluardo contro l’Unione Sovietica e come un futuro mercato per l’export britannico. La figura che espresse con più forza questa nuova tendenza fu Edward Heath, che portò il Paese in quello che all’epoca veniva chiamato il Mercato comune. Negli anni 70, il Partito laburista divenne progressivamente meno ostile all’integrazione europea, perché, con Jacques Delors, vedeva un’Europa più attenta al sociale. Negli anni 80, la corrente del New Labour diventò più forte e figure di primo piano, come Tony Blair e Peter Mandelson, assunsero posizioni fortemente europeiste. Anche gli euro entusiasti, però, non sono mai stati federalisti; e il loro entusiasmo vedeva comunque l’Unione Europea non come quello che Blair definiva un «superstato», ma come un’area in cui Paesi indipendenti potessero sviluppare politiche comuni e commerciare liberamente. Alla fine però gli entusiasti, anche quando risiedevano al 10 di Downing Street (com’era il caso di Heath e di Blair), non sono mai riusciti a convincere gli scettici o i meno entusiasti all’interno del loro stesso partito. Nel caso di Blair, il suo desiderio di entrare nell’euro, nel momento in cui portò al potere il Labour, nel 1997, fu ostacolato dal suo cancelliere dello scacchiere, Gordon Brown, che vedeva la moneta unica come un azzardo pericoloso, fatto che lui e altre persone a lui vicine hanno poi ricordato come segnale della loro lungimiranza. Che cosa c’è alla base di tutto questo? In parte ci sono ragioni geografiche: la Gran Bretagna è un’isola di grandi dimensioni e questo è stato molto importante per proteggerla dalle invasioni, specialmente durante l’ultimo conflitto mondiale. Oltre sessant’anni dopo, resta ancora un fattore significativo. Poi c’è il problema della stampa britannica, in particolare i tabloid, nella maggior parte dei casi fortemente ostili a Bruxelles e che chiedono spesso di indire un referendum sulla permanenza nell’Ue, dando per scontato che la maggioranza degli elettori si pronuncerebbe per l’uscita. Il gruppo più potente, quello controllato da Rupert Murdoch, riflette le opinioni drasticamente antieuropeiste del tycoon, ma sono altrettanto ostili a Bruxelles i giornali dell’Associated Newspapers, il più influente dei quali è il Daily Mail. Questo significa che la stragrande maggioranza dei quotidiani, con molti milioni di lettori, è contraria a un allargamento dei poteri dell’Ue; e alcuni sono contrari alla permanenza stessa nell’Ue. C’è anche da dire che la politica tradizionale della Gran Bretagna nei confronti dell’Europa era quella di fare in modo che ci fosse un equilibrio di potere, in cui nessuno Stato (in epoca recente, questo voleva dire la Germania) fosse più potente degli altri. È una politica di cui ancora si trova qualche traccia. Aggiungiamo che il Partito conservatore è diventato sempre più euroscettico, al punto tale che ormai solo uno dei ministri conservatori di questo Governo, il segretario alla Giustizia Ken Clarke, può essere definito filoeuropeista. David Cameron ha cercato di moderare le opinioni dei suoi colleghi più a destra, ma anche lui è un euroscettico, determinato a non concedere altri poteri all’Ue e a cercare anzi di riprendersi poteri già  delegati a Bruxelles. Ma il cuore del problema è un altro: il motivo vero per cui nessun politico britannico può comportarsi come la cancelliera tedesca, il presidente francese o il presidente del consiglio italiano è la profonda riluttanza degli inglesi a farsi governare da istituzioni che non risiedono a Londra (o, nel caso degli scozzesi, da istituzioni che non risiedono a Edimburgo). I legami dell’Anglosfera – Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda, gli Stati caraibici e altre entità  più piccole- rimangono forti. La Gran Bretagna si concepisce come un Paese globale (anche se non più come una potenza globale), perché, a torto o a ragione, si vede ritratta in altri Paesi di ogni parte del mondo. E a radicare ancora di più questo convincimento concorre lo status sempre più inattaccabile dell’inglese come lingua globale (edè la ragione principale della famigerata riluttanza degli abitanti di Oltremanica a imparare una lingua straniera). Anche se i politici sono impopolari e il Parlamento di Westminster è spesso oggetto di satira e battute, c’è una salda reticenza a farsi governare da leader che i britannici non conoscono e non hanno scelto. Essendoci in Gran Bretagna, più che in ogni altro Stato europeo, una tradizione ininterrotta di governo e famiglia reale da oltre tre secoli , la tradizione e l’attaccamento ai simboli del British rule sono molto forti. I politici e la stampa sono tiepidi nei confronti dell’Ue, o apertamente euroscettici, perché sanno cheè una posizione popolare presso la maggioranza della gente. Rimarremo dove siamo sempre stati: al largo dell’Europa. (Traduzione di Fabio Galimberti)


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