Le famiglie

MILANO – Le casse dell’Italia sono vuote. Quelle degli italiani, per fortuna, sono ancora piene. Tra Bot, azioni, case, terreni, soldi in banca e nel materasso – certifica la Banca d’Italia – le famiglie tricolori sedevano a fine 2010 su un patrimonio da 8.638 miliardi di euro, quasi cinque volte il nostro debito pubblico. Ogni nucleo familiare ha in tasca qualcosa come 356mila euro di beni, pari a 142mila euro a testa, neonati e pensionati compresi. Una montagna d’oro in lieve calo (-3,2%) rispetto al record storico del 2007, ma ben più consistente, una bella soddisfazione, dei risparmi messi da parte dai tedeschi e da tutti gli altri paesi del G7.
La fotografia di via Nazionale conferma in cima alla hit-parade della ricchezza “privata” nazionale il classico mattone. Il valore degli immobili custoditi nei nostri portafogli è di 4.961 miliardi, l’1% in più del 2009 e quasi il doppio rispetto ai valori di inizio millennio. Un tesoretto pari al 57% del patrimonio totale, una percentuale che spiega bene l’ipersensibilità  del paese ai ritocchi a Ici e Imu varati nella manovra.
Perdono colpi invece nel 2010 (-0,8% a 3.599 miliardi) gli investimenti finanziari, riposizionati tra l’altro su strumenti a bassissimo rischio. Sono stati ridotti da 573 miliardi a 527 i soldi puntati su Piazza Affari e – vista l’aria che tira – gli italiani hanno tagliato pure da 210 a 181 miliardi la loro esposizione sui titoli di stato emessi da via Nazionale. In aumento invece i quattrini parcheggiati sui conti correnti o conservati in contanti (107 miliardi, il 5% in più). 
Le famiglie della penisola si confermano di gran lunga le più ricche del G7 con beni disponibili pari a 8,27 volte il reddito annuo, davanti all’8,01 di Londra, il 7,46 di Parigi e il 4,85 delle cicale americane. Nel 2010 abbiamo messo da parte, un centesimo al giorno, ben 50 miliardi, cifra che ci ha consentito di ammortizzare i 180 miliardi persi con il crollo della Borsa. Il primato italiano nasconde però un paese a due velocità  dove tanti hanno poco e pochi possiedono invece molto: a fine 2008, ultimo dato disponibile, il 10% delle famiglie più benestanti aveva in portafoglio il 44,7% della ricchezza nazionale (un po’ meno del 46,5% nel 1998) mentre la metà  più povera del Belpaese si doveva accontentare di un misero 9,8%. Il 3,2% delle famiglie, un dato purtroppo in rapida crescita, ha più debiti che beni in portafoglio.
Qualche sorpresa arriva invece dal valore finanziario dei titoli depositati in banca, un altro dei bersagli entrato nel mirino della patrimoniale “mascherata” varata dal governo Monti. Quasi il 20% dei conti custodisce strumenti finanziari per un valore superiore ai 500mila euro. Un altro 10% è posizionato tra i 250mila e il mezzo milione. Cifre che fanno a pugni con le dichiarazioni dei redditi delle famiglie tricolori che nell’85% dei casi sono al di sotto dei 29mila euro. Niente di strano, però, in un paese dove 518 persone che denunciano al fisco meno di 20mila euro sono allo stesso tempo titolari di un aereo privato.
Crescono infine, ma restando a livelli ancora marginali rispetto al resto dell’Europa, i debiti: sul groppone abbiamo 367 miliardi di mutui per la casa, il doppio del 1001, 120 miliardi di credito al consumo. Totale: 886 miliardi, meno di un decimo dei quattrini che abbiamo messo da parte dal secondo dopoguerra. D’accordo la Bce, ok il Fondo Monetario. Ma i veri salvatori dell’Italia, alla fine, potrebbero essere proprio gli italiani.


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Tante tasse, poco Welfare. Italia maglia nera

Su ciascun italiano grava un peso tributario annuo, fatto di sole tasse, imposte e tributi, pari 7.359 euro, mentre in Germania la quota pro capite tocca i 6.919 euro. Tra i principali Paesi dell’area euro, solo la Francia sta peggio di noi. Ma si tratta di una situazione relativa, perchè i transalpini versano una media di 7.438 euro di tasse allo Stato ma vengono «ricompensati» con una spesa sociale pro capite pari a 10.776 euro. È quanto sostiene il Centro studi della Cgia di Mestre, sulla base delle tasse pagate nel 2009.

QUANTO PESA QUELLA COLPA

LA PENA comminata a chi viene riconosciuto colpevole di un reato in base al codice è intesa svolgere funzioni sociali di grande importanza.
PUNIRE in misura adeguata l’autore del reato; esercitare una forte misura di dissuasione nei confronti di chiunque fosse tentato di commettere azioni analoghe; mostrare a chi da quel reato ha ricevuto danno che giustizia è stata fatta. Nel caso Thyssen, in che misura tali funzioni paiono essere state assolte dalla sentenza di appello?

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