Le munizioni Fmi per l’Italia solo 120 miliardi in due anni ma i repubblicani Usa frenano

NEW YORK – C’è un nuovo “sportello” del Fondo monetario internazionale che potrebbe essere usato per un aiuto d’emergenza all’Italia. Ma non è detto che lo sarà . E comunque le sue dimensioni sono modeste – 30 miliardi di dollari a semestre fino a un massimo di due anni – ben lontane da quanto potrebbe essere necessario. Un piccolo salvagente, con procedure veloci e meno “umilianti” dei veri programmi di aiuto targati Fmi, ma solo di che fornire un po’ di liquidità  al contagocce. Nell’ipotesi in cui si renda necessario invece un autentico piano di salvataggio dell’Italia, l’ostacolo è grosso come una montagna: è nientemeno che il Congresso Usa, dove la destra vuole bloccare ogni rifinanziamento dell’Fmi. Per aggirare questo veto resta l’opzione di attivare le nuove risorse versate dai Paesi dell’Eurozona, e annunciate al vertice di Bruxelles il 9 dicembre. Anche su queste però regna l’incertezza, gli stessi governi europei hanno preso tempo e qualche dettaglio forse si conoscerà  questo lunedì. Troppa lentezza, in una fase in cui la direttrice dell’Fmi, Christine Lagarde, parla di «escalation della crisi» e avverte che essa «non risparmia più nessuno». La questione italiana torna in primo piano dopo l’annuncio che una mini-delegazione dell’Fmi sarà  in visita a Roma la settimana prossima. «Non è ancora il monitoraggio vero e proprio – spiega a Washington il portavoce del Fmi David Hawley – ma una visita per incontrare il nuovo governo italiano, ricevere notizie aggiornate sugli ultimi sviluppi nella manovra di bilancio». Nella stessa occasione la mini-delegazione, che è comunque ad alto livello visto che include il vicedirettore dell’Fmi, Aasim Husain, e Antonio Spilimbergo del dipartimento europeo, discuterà  con il governo Monti «le modalità  delle prossime missioni di monitoraggio». Questa è una conseguenza dell’accordo che fu preso da Silvio Berlusconi al G20 di Cannes il 4 novembre. Messo alle strette dai partner europei, Berlusconi aveva accettato di sottoporsi alla “vigilanza rafforzata” dell’Fmi, come una sorta di certificazione sui conti pubblici italiani, pur senza accedere a finanziamenti. E’ quella cambiale che viene a scadenza ora sotto il governo Monti, coi funzionari di Washington pronti a iniziare il monitoraggio.
Altra cosa è immaginare un coinvolgimento in capitali da parte dell’Fmi. Un’ipotesi che torna a circolare ogni volta che sui mercati si accentuano sintomi di sfiducia verso le capacità  di rifinanziamento del debito pubblico italiano. L’unica novità  concreta è la recente attivazione di uno sportello chiamato Precautionary Lending Program, cioè programma di prestiti precauzionali. La sua vocazione, nella terminologia Fmi, è portare un aiuto modesto e temporaneo a Stati che si trovino nella posizione della “vittima incolpevole” (“innocent by-stander”) cioè travolti da una crisi di sfiducia che ha cause globali. Le risorse sono modeste, per l’appunto non superano i 30 miliardi in dollari ogni sei mesi, per due anni. Ben altra è la dimensione del nuovo programma di cui si è parlato a Bruxelles il 9 dicembre: gli Stati dell’Eurozona hanno annunciato di voler versare 150 miliardi di euro in un apposito contenitore presso l’ Fmi, per interventi di emergenza a favore di Paesi membri della moneta unica. Passare attraverso il Fondo di Washington ha un’attrattiva per i governi europei: dissimula l’entità  della loro esposizione al rischio, quella cioè che potrebbe far perdere la “tripla A” alla Francia e perfino alla Germania se s’impegnassero a prestare direttamente al Tesoro italiano. Ma toccherebbe al governo Monti fare un passaggio considerato molto costoso in termini politici e d’immagine: chiedere esplicitamente l’aiuto dell’ Fmi, e farsi “commissariare” .


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