Le sottili censure nella democratica Eurolandia

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E tuttavia è la seconda volta che una istituzione sovranazionale prende posizione per la libertà  di espressione in Rete. Solo alcune settimane fa, infatti, era stato il parlamento di Strasburgo a censurare le decisione di alcuni governi nazionali di limitare l’accesso alla Rete per gli utenti ritenuti responsabili della violazione del copyright. Ora il Consiglio di Europa richiama espressamente la convenzione dei diritti umani che tutela la libertà  di espressione. Da qui l’invito a non limitare l’accesso alla Rete, sottolineando tuttavia il fatto che sono ormai molti i governi che fanno indebite pressioni sui provider affinché limitano la libertà  di navigazione in presenza di contenuti «sgraditi», minacciando ritorsioni in caso contrario. Un comportamento che alimenta l’autocensura. Al di là  del fatto che il Consiglio d’Europa sia un organismo poco più che consultivo, la sua presa di posizione è tuttavia significativa. In primo luogo, perché l’accesso e la partecipazione alla «vita in Rete» sono associate ai diritti umani. Ma fattore più importante è che si parla di una diffusa pratica censoria da parte degli stati nella democratica Europa. Insomma un campanello d’allarme che non va sottovaluto, proprio perché viene da un organismo istituzionale. A denunciare ingerenze, pressioni, tentativi di censura non sono dunque solo gli mediattivisti, ma anche uomini e donne dell’establishment. Segno che alcuni limiti sono stati già  ampiamente ignorati nel corportamento degli stati nazionali. In particolare quando si è trattato di limitare l’azione di Wikileaks che ha messo alla berlina l’azione diplomatica non solo degli Stati Uniti, ma anche di alcuni paesi dell’Unione Europea. Ma sopratutto tale denuncia di violazione della libertà  di espressione vale per quei siti internet che hanno svolto azione informativa contro le politiche sociali e sulle migrazioni compiute a livello nazionale.


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