«I cattolici ritrovano il gusto della politica I partiti si ripensino»

ROMA — Ministro Riccardi, c’è chi teme che questo governo di tecnici in realtà  lavori «politicamente». Nel Pdl qualcuno parla di lei come di un grande tessitore di rapporti…
«Chi mi conosce sa che non ho mai voluto fare politica. Sono solo convinto che il governo Monti rappresenti un’occasione per il risanamento economico ma anche per il rilancio della politica e per il recupero delle ragioni che tengono insieme il Paese. Il governo non coinvolge i partiti. Valorizza però pienamente la vita parlamentare. Insomma, per i partiti c’è l’opportunità  storica di ripensarsi. Di rifondarsi».
Lei pensa al centrosinistra o al centrodestra?
«A entrambi. A tutti. Abbiamo alle spalle un periodo caratterizzato da una politica urlata e dal suo divorzio dalla gente comune. Un bipolarismo conflittuale ha prodotto lacerazioni, spesso con un linguaggio improntato all’odio e al disprezzo. Ma un periodo è finito».
Lei crede che il bipolarismo non funzioni più?
«Nei due schieramenti si è ripetuto il multipartitismo. Deduco che la politica italiana sia basata molto sulla mediazione oltre che sull’alternanza. La cosiddetta Seconda Repubblica è stata l’età  di Berlusconi, anche quando non ha governato».
Lei è un esponente importante del mondo cattolico. I cattolici torneranno protagonisti della politica italiana?
«I cattolici, sparsi nei partiti o nella società , pensano la politica maggiormente insieme. Hanno ritrovato il gusto della politica come servizio al bene comune. Quando tutto non si riduce più solo a un “Berlusconi sì-Berlusconi no”, si riappassionano».
Non rinascerà  una Dc?
«No. Ma potranno esserci maggiori condensazioni — non unificazioni — di cattolici in qualche area politica».
Magari in quell’Udc che sembra pronta a rinnovarsi?
«Non so. Vedremo. Per me la priorità  non è costruire un soggetto politico ma rinnovare la cultura politica in un quadro generale di rifondazione della democrazia. Non ho progetti, ma sento un’esigenza. Dai cattolici viene un contributo di pensieri e speranze, naturalmente in dialogo con i laici».
Come vede l’appuntamento elettorale del 2013?
«Le forze politiche dovranno presentarsi come partiti moderni capaci di interpretare l’Italia del XXI secolo, così diverso dal tempo in cui siamo cresciuti, e di nutrire un forte rapporto con la gente. Oggi la democrazia si sviluppa in condizioni nuove, anche per la forte integrazione in un’economia globale. Per rafforzare la nostra democrazia c’è bisogno di rinnovata coesione a livello europeo».
Lei parlava del linguaggio violento del recente passato. Ora i toni sembrano radicalmente cambiati…
«Il linguaggio del presidente Napolitano rifonda l’unità  e l’identità  italiana. Quello di Monti mostra come si possa parlare dell’Italia con prospettive di speranza. Rappresentano entrambi, in modo diverso, una proposta di nuova grammatica della politica. Oggi gli italiani sono un po’ spaesati, anche per i cambiamenti della globalizzazione. Bisogna ridire che cosa significa essere italiani, al di là  degli antagonismi. Quindi occorre anche pacificare la società ».
Da cattolico, magari, vuole mettere tutti d’accordo…
«Assolutamente no. Non credo nell’unanimismo. Né i tecnici possono chiedere di “non disturbare il manovratore”. Dico che occorre tornare a fare politica riprendendo a discutere, confrontando opinioni diverse. Ma per farlo occorre argomentare. E saper ascoltare».
Parliamo del suo dicastero. Qual è il suo disegno?
«Il ministero è stato disegnato per contribuire a ridare identità  a un Paese che per troppo tempo è stato introverso. La cooperazione internazionale va rilanciata. L’Italia si gioca sui rapporti esterni in Europa, nel Mediterraneo, nel mondo. L’Africa è terra di grandi opportunità . Poi c’è l’integrazione, perché l’immigrazione non è solo questione di flussi. Tanti risiedono in Italia ma non hanno origine italiana. Come costruire il nostro Paese? Come un Libano fatto di comunità  giustapposte? O vogliamo integrare queste comunità  che spesso hanno anche voglia di farlo? L’Italia deve diventare una solida casa comune, altrimenti la vita diventa troppo difficile per tutti. È decisiva l’interazione tra storie e culture diverse nella comune identità  nazionale. Occorre lavorare, a partire da giovani e scuola».
L’hanno accusata di voler dare casa a tutti i rom, togliendola agli italiani…
«Mai fatto questo proclama. Ho ricordato che i rom in Italia sono 140.000, di cui metà  di nazionalità  italiana. La metà  ha meno di 18 anni. Integrarli non è impossibile se si parte dalla sanità , dalla scuola. E dalla casa, in un quadro di regole precise. Senza toglier nulla agli italiani, visto che ci sono fondi europei non utilizzati».
Ma le grandi diversità  non portano a conflittualità  permanenti, come si vede dai tragici assassini in Nigeria?
«È stato un Natale insanguinato. Ne sono scosso. Troppa violenza fondamentalista. Si deve garantire a tutti, e ai cristiani, sicurezza e libertà  religiosa. Se si nega questa libertà , non c’è pace. L’Italia e l’Europa debbono essere più presenti sulla scena di un mondo in cui nessuno ci è estraneo. Sentiamo vicini i cristiani nigeriani in questo Natale. La domanda di come vivere insieme è vera in tutto il mondo».


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