L’onda islamica e quel modello turco (quasi) Impossibile

Quella lezione avrebbe dovuto rivelare uno scenario prossimo venturo sicuramente scomodo ma indubbiamente realistico. Quanto sta avvenendo in tutti i paesi della sponda sud del Mediterraneo, che si sono liberati di dittatori e tiranni, o che hanno evitato violenze e decapitazioni scegliendo il riformismo e la via di immediate e libere (o quasi libere) elezioni, è abbastanza semplice. Dove si è già  votato, i partiti islamisti hanno vinto, e in qualche caso hanno stravinto come suggeriscono i primi risultati delle elezioni egiziane. Ora si può esser certi che un identico risultato si materializzerà  dappertutto, quando altri popoli arabi andranno a votare.
La prima considerazione è ormai chiara. Tutti gli strumenti di analisi che sono stati utilizzati per decenni, e che erano appropriati al tempo della guerra fredda e forse nei primi anni che seguirono gli attentati alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, devono essere aggiornati. In qualche caso resettati, perché ci troviamo di fronte a un fenomeno nuovo, importante e complesso: l’affermazione generalizzata dell’Islam politico. Alcuni lungimiranti studiosi avevano previsto che il crepuscolo definitivo degli stati nazionali arabi, già  fortemente indeboliti negli anni ’70 con l’esaurimento della spinta nasseriana, era ormai imminente. Sia per la debolezza dei regimi che li rappresentavano, sia per l’impossibilità  di arginare le pulsioni di popoli costretti ad essere quasi invisibili: popoli che hanno scoperto, nel mondo globalizzato, valori, opportunità  e speranze dai quali erano stati esclusi. Il cambiamento è stato accelerato dalla società  civile e dall’affermazione di tre soggetti: i giovani, le donne e il web. In realtà , i dividendi politici delle rivolte non sono poi andati a chi le aveva condotte, ma a forze ben più organizzate che, rientrate dal confino o uscite dalla clandestinità  nella quale erano state spinte dai vari regimi, sembrano pronte a prendere il potere.
Non sarà  un passaggio facile, e i rischi di derive estremiste non possono essere esclusi. Ma sono le coordinate dei partiti islamici emergenti, in Tunisia, in Marocco, in Egitto, e probabilmente domani in Libia, a suggerire una riflessione. Anche i nomi delle forze e dei movimenti vincitori richiamano un preciso modello: quello turco dell’Akp (Giustizia e sviluppo), cioè il partito islamico moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan. Il grintoso primo ministro, al timone di un Paese che gode di una crescita eccezionale, che è crocevia strategico di tutti i corridoi energetici della regione, e che si è dotato di una politica estera presuntuosa ma anche decisamente efficace, potrebbe diventare — lo prevedono in molti — il condottiero della potenza egemone del Mediterraneo.
Non è un mistero che Erdogan guardi al mondo arabo e più in generale musulmano con un interesse che la laicissima Turchia del passato non aveva mai avuto. Ricambiato con calore dalle forze politiche e dai popoli che stanno cominciando ad assaporare la libertà . Si potrebbe persino dire che si torna al punto da cui tutto ha avuto origine. L’impero ottomano, soprattutto nella seconda metà  dell’800, aveva diffuso nei propri sterminati territori l’esempio e la cultura di una relativa autonomia, come accadde ad esempio in Libano, quando i cristiani maroniti offrivano alla Sublime Porta la preziosa esperienza diplomatica e commerciale che avevano maturato. È quanto ricostruisce puntigliosamente, nel suo bel libro su «I Cristiani e il Medio oriente dal 1798 al 1924», il professor Giorgio Del Zanna, dell’Università  Cattolica di Milano. Oggi, dopo la fine dell’impero, la fondazione della repubblica turca voluta da Kemal Atatà¼rk, e la vittoria (che sembrava inimmaginabile) di un partito islamico-moderato, Ankara torna a percorrere gli antichi sentieri dell’influenza ottomana. Diventando un modello, quantomeno una fonte di ispirazione.
Ma la Turchia è un paese democratico con istituzioni laiche, con la chiara separazione fra Stato e religione, e il partito islamico Akp, pur avendo una base confessionale, è diventato un moderno contenitore di idee e di interessi. Nel mondo arabo, invece, si è ancora decisamente indietro. Certo, l’Egitto ha strutture più solide di altri paesi, la Tunisia ha una classe dirigente che è eredità  del passato coloniale francese, il Marocco ha conosciuto il valore e la necessità  del riformismo. Ma nessuno può specchiarsi, per ora, nel sistema politico turco. Le vittorie dei partiti confessionali arabi indicano una direzione, ma non la strada che intendono percorrere o il programma che vogliono realizzare. È questo il dilemma che i risultati elettorali in alcuni paesi delle cosiddette «primavere arabe» ci propongono. Un dilemma vero, sperando che non diventi motivo di angoscia.


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