Mor e Modou, la mia famiglia


L’omicidio di Mor Diopr e Modou Samb mi ha toccato profondamente, in un modo tutto speciale che vorrei provare a spiegare e a condividere con altri. Per me Mor e Modou non sono «i due senegalesi uccisi a Firenze», «gli emigranti di una comunità  straniera»: Mor e Modou potrebbero essere padri, zii, fratelli maggiori degli amici con cui mia figlia si incontra alla Stazione Termini, va a ballare in discoteca, a passeggiare nel centro di Roma, a mangiare da McDonald.
Tra gli amici di mia figlia ci sono infatti anche ragazzi senegalesi, giovani che lavorano, e qualcuno proprio come Mor e Modou vende la merce nei mercati. Mia figlia ha origini africane, con lei ho adottato un pezzetto d’Africa; la sua famiglia che sta in Costa d’Avorio e quella che sta in Italia sono diventate la mia famiglia. E familiari sono diventati i ragazzi della comunità  africana di Roma, con i loro nomi senegalesi, congolesi, marocchini, nigeriani, eritrei… Frequentano la mia casa, capita pure che si fidanzino con mia figlia, popolano i suoi racconti, ognuno con le sue caratteristiche.
Per questo la morte di Mor e Modou non è per me il gesto di un folle e della sua malata ideologia razzista che colpisce ferocemente la comunità  dei neri e dei migranti: insomma qualcosa di veramente brutto, da rigettare ma che alla fine non mi riguarda direttamente. Quella colpita a Firenze è anche la mia comunità . Il pazzo che nel suo delirio razzista spara all’impazzata e uccide gli ambulanti senegalesi sta colpendo anche me, i miei cari, gli amici, i parenti che costituiscono il mondo e gli affetti della mia famiglia.
Ho paura e voglio reagire, perché la follia che abbiamo visto all’opera si è in questi anni alimentata di un odio politico tutt’altro che folle che ha usato il conflitto sociale provocato dalle migrazioni come arma di successi elettorali, lo ha fomentato con il peggiore armamentario ideologico, con le più orrende parole d’ordine, rimbalzate dagli scranni parlamentari e dalle platee televisive. Dunque legittimate ai massimi livelli.
Sono convinta che l’integrazione, la mescolanza, la convivenza tra genti di origini diverse anche in Italia sarà  l’approdo naturale dei processi inarrestabili di globalizzazione. Lo vedo già  nel mio piccolo mondo quotidiano; a fidanzarsi con il giovane straniero non è solo mia figlia, con la sua pelle nera, ma anche le sue compagne «italiane doc». Il mondo dei bambini e poi dei ragazzi e poi dei giovani è per fortuna più avanti.
Mi spaventano però e molto i prezzi che lungo questo percorso bisognerà  ancora pagare, i segni e le cicatrici che questo clima e questi eventi potranno lasciare non sulla pelle ma nell’anima, nell’identità  delle generazioni presenti e future. E sento tutta la responsabilità  di noi adulti perché stiamo facendo troppo poco. La sento su di me ma la attribuisco anche alle forze politiche, prima di tutto del centro sinistra, ai troppi tentennamenti che ci sono stati nel recente passato, alle troppe tentazioni di «civettare» con gli umori, i malumori, le paure, i maldipancia degli «italiani veri», soprattutto al Nord. È un tema, quello del razzismo e dell’integrazione, che non consente di fare gli apprendisti stregoni, pena finire tutti quanti bruciati dal fuoco dell’intolleranza. E allora ci vorrebbe più coraggio e più chiarezza: per la cittadinanza ai nativi in Italia, per il voto, almeno alle amministrative, perché la scuola non torni ad essere (come sta drammaticamente succedendo) per pochi privilegiati, per abrogare l’odioso reato di clandestinità … E la lista delle buone azioni potrebbe continuare. Di battaglie da condurre ce ne sono davvero tante, ma tante sono anche le persone di buona volontà , che ne sono convinta sarebbero disponibili a fare la propria parte. Cominciamo a vederci sabato a Firenze per la manifestazione nazionale convocata dai senegalesi a cui spero che partecipino anche tantissimi italiani.


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