Purché la primavera non arrivi qui

Riyadh in prima fila al fianco degli insorti di Libia e Siria ma in casa commessi ogni sorta di abusi in totale impunità  Impegnata, alla guida della Lega Araba, a mettere sotto pressione la Siria accusata di violazioni di diritti umani e di reprimere nel sangue la rivolta in corso nel paese, l’Arabia saudita viene a sua volta denunciata a livello internazionale per abusi e violenze gravi a danno dei dissidenti e della minoranza sciita. Riyadh «reprime le proteste in nome della sicurezza», riferisce Amnesty International in un rapporto diffuso ieri che punta l’indice contro l’Arabia saudita per le «detenzioni arbitrarie» e le «torture» patite dai dimostranti pro-democrazia da marzo a oggi. «Chi dissente – si legge nel rapporto – viene arrestato e imprigionato, e le donne subiscono severe discriminazioni». Amnesty inoltre denuncia la nuova legge anti-terrorismo che «minaccerà  la libertà  di espressione».
Appena qualche giorno fa la casa regnante dei Saud aveva intimato alla Siria «di garantire la sicurezza dei civili e fermare gli omicidi e le violenze». Ora Philip Luther, direttore di Amnesty per il Medio Oriente e il Nordafrica, mette in evidenza che, allo scopo di impedire l’espandersi delle proteste in corso nel mondo arabo, i regnanti sauditi hanno attuato negli ultimi nove mesi «una ondata repressiva in tutto il paese contro dimostranti e riformisti sulla base di motivazioni di sicurezza». Luther sottolinea che, usando ragioni diverse, le autorità  saudite hanno usato leggi antiterrorismo contro chi protesta per la mancanza di libertà  e di diritti. Amnesty aggiunge che la tortura e le sevizie sono la regola nelle carceri saudite dove si trovano migliaia di detenuti politici (sarebbero 30mila secondo alcune fonti). Riyadh ha usato il pugno di ferro inoltre per reprimere nelle regioni orientali le proteste della minoranza sciita, storicamente discriminata ad ogni livello perché considerata «infedele» dal clero sunnita wahabita che gode di poteri immensi.
L’Arabia saudita è una monarchia assoluta dove di fatto è vietato tutto. Non sono ammessi i partiti politici, le associazioni, le organizzazioni della società  civile. I dissidenti politici vengono sbattuti in carcere senza tante esitazioni e possono rimanere dietro le sbarre per lunghi periodi senza subire un processo e subendo torture sistematiche. In questo paese in possesso della tecnologia più avanzata, le donne subiscono discriminazioni e privazioni che vanno indietro di alcuni secoli. Nonostante ciò Riyadh gode di una sorta di «immunità  internazionale speciale» in ragione delle sue immense riserve petrolifere disponibili per i paesi occidentali, per la politica «moderata» che attua in Medio Oriente e la stretta alleanza che mantiene da decenni con gli Stati uniti. Così mentre in casa reprime, tortura e punisce severamente ogni dissenso, la casa regnante saudita può permettersi in politica estera di condannare la brutalità  del regime di Bashar Assad. Non manca peraltro di usare la sua influenza per cercare di pilotare l’onda di proteste che attraversa il mondo arabo. E ha anche inviato i suoi soldati a dare una mano alla dinastia Khalifa a reprimere nel sangue le manifestazioni popolari pro-democrazia in Bahrain, fatte passare, con la benedizione Usa, come una manovra iraniana per destabilizzare la regione.
Amnesty nel suo rapporto denuncia in modo particolare il recente processo-farsa contro 16 dissidenti sauditi condannati a pene pesanti, fino a 30 anni di carcere, perché accusati di aver messo in pericolo la sicurezza del paese e della monarchia. E le cose potrebbero andare ancora peggio in futuro, conclude Amnesty, quando entrerà  in vigore la nuova legge anti-terrorismo che estende la detenzione senza accuse precise agli arrestati.


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